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sabato 8 agosto 2026

"Hazel ha detto No" di Jessica Berger Gross"



Dietro il titolo diretto e perentorio "Hazel ha detto no", si cela un romanzo che affronta un tema tanto delicato quanto attuale: l'abuso di potere e l'effetto domino che la denuncia di tale abuso può scatenare. Letto senza particolari aspettative, il libro si è rivelato una profonda analisi psicologica che va ben oltre la cronaca di un trauma singolo.
Leggere libri che affrontano questo tema non è mai semplice. Leggere "Katabasis", per esempio, è stato difficile; e anche questo testo si è rivelato impegnativo.
Il libro, opera prima di Jessica Berger Gross, in Italia è stato pubblicato nel 2025, da Heloola books.


La storia si apre con Hazel, una ragazza appena trasferitasi in una nuova città americana con grandi speranze per il suo ultimo anno di scuola superiore. Tutto crolla il primo giorno, quando il preside la convoca per farle una proposta sconcertante con la semplicità di chi si sente intoccabile: ogni anno sceglie una studentessa con cui avere rapporti intimi, e quest'anno ha scelto lei, prospettandole un futuro brillante se accetta. Oppure la rovina, se rifiuta.

L'evento che  da' inizio all'intera vicenda è l'immediatezza della risposta: Hazel non esita, non ci pensa nemmeno un momento, dice subito no. Un "no" deciso, dettato dall'assurdità della situazione. 
Ma è proprio da questo rifiuto che inizia l'incubo.

L'autrice scava efficacemente nei vorosimili sensi di colpa che colpiscono la protagonista. Hazel inizia a temere di aver causato il comportamento dell'uomo, e a mettere in discussione ogni suo comportamento nei confronti del preside: l'essere stata troppo gentile quando lo ha incontrato quell'estate in piscina, l'aver risposto a delle semplici domande sui suoi sogni, persino l'aver indossato una canottiera con le spalline troppo sottili. È il ritratto perfetto del victim blaming interiorizzato, che porta la ragazza a perdersi nei proprio pensieri, a dubitare del proprio talento e a cercare persino rifugio in sostanze nocive, convinta che il suo valore sia legato solo all'attenzione (seppur malata) ricevuta dal preside.

Un punto di forza del libro è la sua natura corale. La storia non si focalizza solo sull'effetto che la situazione ha su Hazel, ma analizza l'impatto devastante che quel singolo "no" ha su tutta la famiglia. 

Il padre, un professore universitario che si ritrova in bilico per aver affrontato un tema scomodo proprio all'inizio del suo nuovo incarico.

Il fratello minore prima integrato, poi isolato a scuola quando si scopre che la ragazza con cui ha stretto amicizia è proprio la figlia del preside. Il suo senso di colpa è amplificato dall'aver condiviso la storia di sua sorella su un'app anti-bullismo, accelerando gli eventi.

La madre è protagonista di uno dei momenti più intensi, il confronto con la moglie del preside. Quest'ultima tenta disperatamente di difendere il marito insinuando il dubbio sulla veridicità dei fatti. La risposta della madre di Hazel è un atto di fede e protezione totale verso la figlia, che culmina nel cacciare l'ospite, prima che la verità venga a galla grazie alla solidarietà e al coraggio di altre vittime del passato.

L'intera comunità si dimostra un personaggio a sé, inizialmente ostile, pronta a difendere l'autorità del preside con insulti, minacce e sassate contro la casa della famiglia, mostrando come il conformismo possa diventare violento.

Se proprio si deve trovare un limite a questo romanzo, sta nella sua prolissità. In diversi punti la narrazione si sofferma eccessivamente su dettagli secondari o ripetitivi che appesantiscono il ritmo, rendendo il libro inutilmente lungo e, a tratti, un po' noioso.

Nonostante qualche rallentamento stilistico, il libro rimane una lettura di grande valore. Riesce a dimostrare con lucidità come un abuso non colpisca mai una persona sola, ma sia un virus capace di infettare relazioni, carriere e legami familiari, ricordando al contempo l'importanza cruciale – e l'alto prezzo che si paga– quando si riesce, con coraggio, a dire no.

 "Hazel ha detto no" non è solo il racconto di un abuso di potere, ma un'analisi attenta di come una storia possa avere ripercussioni diverse, ed essere raccontata in tanti modi. Ma di come, inevitabilmente, la verità sia sempre una ed una sola, e di quanto coraggio sia necessario per guardare in faccia quella verità. 

lunedì 5 gennaio 2026

"Le luci prima della festa" di Mariangela Izzo


"Le luci prima della festa" è il primo romanzo di Mariangela Izzo, opera introspettiva e poetica. 
L'autrice è originaria di Calvi Risorta, ma vive a Roma dal 2011. È Laureata in Relazioni Internazionali. 



Emma Biancamore, la protagonista, una telantuosa ballerina, fa ritorno alla sua isola d'origine, lasciata diversi anni prima, per danzare allo spettacolo dell'ultima sera della "settimana del re", la più amata festa della zona. 

Il ritorno all'isola riapre in lei ferite e ricordi, con cui Emma capisce di doversi necessariamente riconciliare, per abbracciare con maggiore serenità il presente e il tempo che verrà. 


Emma viene presentata come malinconica, silenziosa e attenta osservatrice che, a disagio in un mondo di sentimenti artefatti, è costantemente alla ricerca di un'autenticita leggera, come è leggera e autentica la danza che ama e in cui ama perdersi, e che la fa sentire se stessa senza sforzo, senza finzione.
Incastrandosi con difficoltà nel grande puzzle della vita, resta spesso in disparte, persa nei suoi pensieri, con la costante sensazione di cercare ancora una parte di sé. 

Protagonista del romanzo, oltre a Emma, è sicuramente L'isola dove è ambientata la storia: spazio non solo fisico ma metaforico, luogo reale e ideale dove si svolgono le vicende narrate. Un'isola che è riflesso dello spazio interiore di Emma, teatro di conflitti, ricordi e nostalgia. 
Un luogo che Emma ama di un amore tormentato e doloroso.

Un'isola abitata da personaggi pittoreschi, abilmente descritti con poche righe, delineati nella loro saggezza e semplicità. Resi vivi, più che dalla descrizione fisica, da gesti, parole e dagli sguardi, mai neutri, che definiscono il loro modo di osservare la realtà e la protagonista.

Luoghi, personaggi, usi, cibi e tradizioni vengono descritti con affettuosa attenzione ai dettagli, dando vita ad un microcosmo che trae ispirazione anche dal vissuto dell'infanzia dell'autrice. 

La storia è raccontata in un alternarsi tra il passato tempo della gioventù - con i sogni, le promesse, le speranze, gli assoluti e gli imperativi dell'adolescenza- e il presente, tempo dell'età adulta: l'età della consapevolezza, dei bilanci, dei rimpianti, dei rimorsi, delle paure. 
Perché ormai quel passato ha dato forma al presente e bisogna fare i conti con quella forma, con le scelte fatte e le relative -a volte dolorose- conseguenze. 

E bisogna fare i conti anche con le speranze sopravvissute agli anni, che restano nell'anima facendo poco rumore, ma occupando uno spazio che resiste al tempo, aggrappandosi con tenacia alle pareti del cuore. 

Mariangela Izzo ha usato una narrazione in bilico tra la descrizione di elementi fisici e sensoriali del mondo -il calore del sole sulla pelle, l'afa estiva, il sapore dei cibi, il profumo del mare, il fragore delle onde- ed un universo di sentimenti inafferabili e profondi, trasmessi al lettore tramite una prosa onirica e sognante. 

Una prosa musicale, in cui ogni frase lascia un segno, un insegnamento, descrivendo con magistrale cura una sensazione. Senza nominarla, ma facendola sentire e vivere, perché Mariangela, tra le sue pagine, da voce a quei sentimenti che tutti abbiamo provato, alle sensazioni da cui ci siamo lasciati attraversare. 

Centrale è anche il tema del viaggio.
La passione dell'autrice per i viaggi e il lavoro nelle risorse umane hanno infatti alimentato una scrittura ispirata dall’incontro con le persone e i loro mondi interiori.

Il viaggio è inteso come strada da percorrere per incontrare e scoprire anche nuove parti di sé, per ampliare la propria identità. Identità che però non è mai completa senza la riconciliazione con le proprie origini, a cui è necessario fare ritorno, con maturità e accettazione.

E allora leggere questo romanzo diventa l'esperienza di perdersi in una strada di sogni e ricordi, trascinati in un vortice di suggestioni, ansie e attese: quei familiari sospiri che tutti abbiamo provato, muovendoci nel tempo prezioso dell'attesa, guardando da lontano le luci di una festa.
Chiedendoci, con un pò di timore, cosa ci aspetta laggiù in fondo, se dolore o bellezza, oltre la fine della strada. 





martedì 4 novembre 2025

"Katabasis" di R.F. Kuang: la discesa negli inferi e dentro di sé


Credevo che in "Babel" R.F. ( recensione qui ) Kuang avesse intrapreso un'opera irripetibile di acuta, lucida e spietata critica del mondo accademico. Credevo fosse un libro coraggioso e che non si potesse scrivere nulla di più audace sul tema. 
Eppure, con "Katabasis", l'autrice supera sé stessa, scegliendo di usare la sua ricca e forbitissima penna come una spada affilata per affrontare il tema serissimo e spinoso dell'abuso di potere più spregevole che possa riservare un ambiente didattico, portando ad un altissimo livello di granularità lo stesso tema già trattato da "Il dio di illusioni" di Donna Tartt e "A study in Drowning" di Ava Reid. 
Quel che la Reid aveva sfiorato, qui viene esposto al lettore in tutta la sua bruttura, in tutto il suo squallore. Non è voyerismo ma necessaria e minuziosa analisi, quasi scientifica, di ricostruzione di una storia di abuso. 

Alice, giovane ricercatrice di magia analitica, ha sacrificato tutto nel nome della carriera: gli anni migliori, le relazioni, la salute. Il suo sogno è quello di diventare una maga riconosciuta, una professoressa di magia. Per riuscirci ha bisogno di una lettera di referenze dal professor Grimes, figura eminente e influente nel mondo accademico.
Per ottenere l'approvazione del professore sopporta umiliazioni, sfruttamento e manipolazione psicologica, convinta che la sofferenza sia parte del percorso, un prezzo da pagare per essere “all’altezza”.
Ma un incidente — un errore banale, una distrazione di cui è lei stessa la responsabile — porta alla morte del professore. Senza di lui, Alice sa di non avere un futuro nel mondo accademico.
Questa consapevolezza la porta alla decisione di discendere all’inferno per riportarlo in vita.
Una scelta che può apparire folle, ma alla sua mente analitica risulta l'unica possibile, anche perché potrebbe permetterle di ottenere di nuovo il suo favore che, negli ultimi tempi, aveva perso. 
Quello all'inferno è un viaggio che richiede un prezzo altissimo - sacrificare metà degli anni che le restano da vivere - eppure Alice lo paga senza esitazioni. 
Sarà accompagnata da Peter, un altro ricercatore magico, che a sua volta ha le proprie buone ragioni per riportare in vita il professor Grimes. 
Ma cosa è successo davvero nelle loro vite da legarli al mondo accademico? E cosa li lega così intensamente al loro professore? 
Il loro viaggio nel mondo dei morti li condurrà ad esplorare anche gli angoli tetri del loro passato e della loro vita accademica apparentemente meravigliosa, dove si nasconde una realtà terribile.
Perché, come diceva Tolkien: "non sempre è tutto oro quello che luccica."

In greco, katábasis significa “discesa” — e nella tradizione mitica è la discesa agli inferi, ma anche la discesa dentro di sé.
Nel romanzo di Kuang, l’inferno non è solo un luogo fisico: è anche la mente di Alice, popolata dai ricordi dei momenti vissuti con il suo professore, dall'ossessione totale della vita accademica, sua unica ragione di vita. 

"Per un incarico di docenza avrebbe sacrificato il suo figlio primogenito. Si sarebbe tagliata un braccio o una gamba. Avrebbe dato qualsiasi cosa, l’importante era mantenere il proprio cervello, riuscire ancora a pensare."

La sua discesa non è solo una ricerca del professore morto, ma di sé stessa — della parte di sé che ha creduto nella favola del merito. Alice deve scendere dentro sé stessa, rivivere quel che ha vissuto, quel che è accaduto. Deve analizzarlo per poterlo comprendere. 
Alice racconta a sé stessa una versione dei fatti che non coincide con la realtà. Cosa è successo davvero? 


Viene analizzato il legame tra Alice e Peter.
Il libro ripercorre i loro primi anni nella ricerca, entusiasti, capaci di condividere idee e momenti felici, prima che tutto il bello del loro lavoro venisse inghiottito da un atteggiamento competitivo e spietato che non lasciava spazio a momenti autentici. 
Due ragazzi fra cui nasce un sentimento che non ha avuto modo di sbocciare perché diviso da muri di silenzio, di fraintendimenti, di rivalità. 
Eppure, non sono mai stati agli antipodi, ma pedine ugualmente sostituibili nelle mani del professor Grimes, deus ex machina dell'intera loro vita accademica. 

Proprio il rapporto fra Alice e il professor Grimes, che viene svelato un pò alla volta, capitolo dopo capitolo, è il cuore velenoso del romanzo.
Il professore ha piegato la mente della sua allieva, sottoponendola ad abusi ed umiliazioni sempre più pesanti e crudeli, sino al momento in cui, cercando di sedurla e vedendosi rifiutato, ha deciso di cancellarla dalla narrazione, chiudendola in un gioco di silenzio e crudeltà impossibile da sopportare. 

Quello che ha subito Alice non è semplicemente abuso di potere, ma anche un tradimento di quella promessa implicita e sacra tra insegnante e allievo, tra chi guida e chi si affida.
Grimes la seduce intellettualmente prima ancora che emotivamente: lusinga, incoraggia, concede piccole dosi di attenzione come premio, per poi ritirarle, sostituendole con parole amare e crudeli. 
Il professore concede e toglie, e Alice desidera le sue attenzioni come una manna dal cielo. 
Il professore non assume questo atteggiamento solo nei suoi confronti, ma anche con gli altri numerosi collaboratori che lo circondano e lo adulano. Ogni giorno li pone uno contro l'altro, fa in modo che non si spalleggino, li rende rivali e prova un perverso piacere a guardarli competere per la sua attenzione.
Il laboratorio, spazio mentale prima ancora che fisico, lungi dall'essere un nido sicuro per chi studia e si impegna, si trasforma così in un'arena dove ognuno impara a misurare il proprio valore sul metro dell'approvazione del professore, sopportando ogni umiliazione

Quello di cui Alice aveva più bisogno, allora, era una bella lunga vacanza — e forse poi un periodo di ricovero in qualche struttura isolata vicino al mare.
Ma saltare il laboratorio non era un’opzione. [...] Alice era disperata di tornare nelle sue grazie. [...]
Nei brevi momenti in cui i loro sguardi si incrociavano, il respiro le si fermava, e pensava che forse le sarebbe piaciuto morire.”

Il respiro di Alice che si spezza davanti al professore non è solo paura: è l’impossibilità di esistere fuori dal suo sguardo.
Il comportamento del professore è gravissimo: far credere ai propri studenti di essere apprezzati, e invece usarli solo come specchio del proprio narcisismo.

«Ci sono promesse di poco conto, certo. [...] E poi ci sono le dichiarazioni. [...] Il genere di promesse che un insegnante fa al proprio studente.»

Questa frase è quella che ho ritenuto maggiormente incisiva.
Il professore, come una figura sacra, nel momento in cui accetta uno studente, gli promette implicitamente protezione e rispetto. Infrangendo quella promessa non si dimostra solo una persona volgare, ma compromette quel legame sacro che dovrebbe rimanere intoccabile. 

E allora la discesa di Alice è necessaria perché è l’unico modo per affrontare la verità: l'attenzione oscura del professor Grimes non era cura, non era rispetto, e neppure una forma di affetto romantico. Era una forma malata di potere.
Eppure, anche comprendendo questo, Alice non riesce a smettere di desiderare la versione di lui che le era stata promessa. Non può smettere di continuare a difenderlo, a cercare giustificazioni al suo comportamento. Perché, in fondo, cos'ha fatto di male, lui? 
Dopotutto, è stata colpa di Alice. Perché lei, negli sguardi intensi di lui, si ritrovava a desiderare delle attenzioni differenti, quasi romantiche. E dunque, non è forse causa del suo stesso male? Accettare il gioco non significa forse accettare la possibilità di perdere, di diventare vittima? 

"Difficile dire dove finiva l’illecito del professor Grimes e dove iniziava la propria complicità. Difficile stabilire dove aveva sbagliato.
Avrebbe dovuto capirlo fin da subito.
Era l’agnello che si era cacciato dentro la tana del leone perché voleva vedere con i suoi occhi se quel che si diceva era vero. In fondo in fondo, una parte di lei voleva essere divorata."

Ma, come scrive Neil Gaiman in "Coraline": "Nessuno vuole tutto quel che desidera. Non veramente." E allora, quello che nasce come un'infatuazione intellettuale, un'astratta fantasia da lontano che non desidera una reale concretezza, sfociata al massimo in uno sguardo sognante, può essere definita veramente una colpa? 
È in questa contraddizione di Alice - provare un intreccio confuso di fascinazione, idealizzazione e timore nei confronti del suo professore - che il romanzo si concentra, e la protagonista si smarrisce.
Quel che segue è un brano significativo:

Desiderava riavere il controllo della sua mente, desiderava essere più di un corpo, più di semplice carne, un oggetto da incidere e osservare e su cui riversare le proprie attenzioni nei momenti di noia. Desiderava la versione di lui che le era stata promessa, quella di un insegnante che teneva a lei, la rispettava come studiosa, non la trattava come uno strumento.
Ma era tutta una favola. Nell’instancabile sforzo di avvalorare il prestigio e il fascino di essere una studentessa del professor Grimes, si era preclusa ogni altra alternativa. E ora si trovava nella trappola che aveva costruito con le sue stesse mani.
È inutile, rifletteva scoraggiata. È inutile cercare di uscire da questa situazione. Provarci significa distruggere tutto. Se si smette di credere anche a un solo postulato, l’intero edificio crolla.”

In queste righe, la Kuang cattura l’essenza del tradimento accademico e umano: il momento in cui si acquisisce consapevolezza di essere stati ridotti a strumento e carne dal mentore da cui ci si aspettava guida e rispetto. 
La violenza del professore non è solo fisica o verbale: è cognitiva. È l’appropriazione della mente, del tempo, del desiderio dell'altra persona.
Alice non è solo sfruttata: è occupata. Il suo spazio mentale non le appartiene più.
Il desiderio di“riavere il controllo della sua mente” è il grido muto di chi si accorge troppo tardi di essere stato colonizzato nel pensiero, convinto che la stima del carnefice potesse giustificare l'ingiustificabile. 

Alice non è più libera di pensare, perché pensare significa mettere in discussione il mito che la tiene in vita.
Quando Kuang scrive: “Se si smette di credere anche a un solo postulato, l’intero edificio crolla" con il termine postulato si riferisce all'intelletto del professore, burattinaio che gioca con le vite dei suoi sottoposti: è malvagio ma è un genio, un gigante, e quindi può permettersi ogni crudeltà. 

Se si mette in dubbio la sua grandezza, tutto il senso del dolore si sgretola. 

E allora è impossibile dare la colpa a lui: Alice deve dare la colpa a sé stessa, perché solo in quel modo quel che è accaduto ha un senso. 
Meglio credersi colpevoli che accettare di essere stati privati della libertà di scegliere. 

La colpa, almeno, dà l’illusione di controllo.

Ma non è la verità. Nessuna delle azioni di Grimes è giustificabile, o provocata da Alice, che contrariamente a quel che crede non è mai stata libera di scegliere, ma solo attrice casuale di un copione già scritto per lei. 

"«Smetti di giustificarlo.»
«Io non...»
«Ci stavi provando. Ascolta, Alice, ci sono passata anch’io. Per anni ho cercato di giustificarlo. Tutto quello che hai appena detto, io l’ho già vissuto. Ci ho riflettuto. Quindi fidati di me se ti dico che non c’è niente da scoprire. Certe persone sono crudeli, punto e basta. Non c’è premeditazione. Non sono dei giganti. Non lo fanno per un motivo preciso, semplicemente gli piace comportarsi così."

La discesa di Alice all’inferno non è dunque un atto magico, e l'intero romanzo non è solo un'avventura fantasy, ma metafora di una lenta e dolorosa elaborazione di un fortissimo trauma relazionale e psicologico. 
Che nella realtà non costa anni di vita, ma certamente ha un costo emotivo altissimo. 
Alice crede di intraprendere un viaggio per riconquistare ciò che ha perso e invece si trova a dover affrontare - e accettare - come è stata ingannata.
Nel tentativo di riportare in vita il suo professore, cerca di dare un senso a un dolore che non ne ha.

"«Da come parli sembra che tu neanche sappia perché sei qui.»
«Esatto.» La sua frustrazione la sfiniva. Alice avrebbe voluto scacciarlo via come una mosca fastidiosa. «Io non lo so. Sono solo stanchissima.»
«Ma non ti importa di niente?»
«Lo so, forse dovrei.»"

Vuole “riparare” la storia, come fanno tutti i sopravvissuti all’abuso: tornare indietro, rimettere ordine, riscrivere l’istante in cui tutto è crollato.
Ma il romanzo suggerisce che non c’è resurrezione da un evento come questo, solo consapevolezza, apprendimento.
Dopo la "Katabasis" non si può tornare come prima. Ma a quel punto può esserci risalita: l’anábasis, che arriva quando Alice smette di cercare giustificazioni e accetta di chiamare il male con il suo nome.
Quando smette di credere che fosse colpa sua.
Quando, finalmente, si riappropria della sua mente. 
La risalita non cancella la ferita, ma restituisce dignità a chi l’ha subita. È il momento in cui la voce torna ad appartenere a chi era stato ridotto al silenzio.

R.F. Kuang descrive con precisione chirurgica un dolore che non è solo individuale, ma collettivo: quello di intere generazioni di studenti, ricercatori, allievi che hanno confuso lo sfruttamento con il privilegio, che hanno giustificato l'abuso, perso sé stessi lungo la strada. 
"Katabasis" è un romanzo talmente doloroso che non so se consigliarlo. Credo che non sarà capito del tutto da chi non ha vissuto in un microcosmo tossico e lo ha visto corrodersi dall'interno, anche se forse tutti dovrebbero leggerlo per imparare a individuare sul nascere i germi di un rapporto lavorativo tossico, comportamenti che si ripetono uguali sempre negli stessi schemi.
Ritengo, comunque, che sia una lettura necessaria soprattutto per chi ha vissuto un'esperienza uguale o vagamente simile a quella narrata, perché può essere un romanzo catartico, un supporto valido nell'elaborazione di quel che è accaduto. 

L'esperienza di Alice è quella di tante donne, soffocate nel buio di un legame che toglie la voce, e la lenta, faticosa risalita verso la possibilità di credere che sia possibile aprirsi una strada incorrotta in un mondo perverso.

E allora, per tornare alla citazione di Tolkien: "Non è tutto oro quello che luccica, e non tutti gli erranti sono perduti." 
Alice è un'errante, si è perduta. 
Ma può ritrovarsi, riuscendo a perdonarsi. 
E deve ritrovarsi. Deve farlo, perché è il solo modo per tornare ad appartenere a sé stessa. A vivere di nuovo. A respirare. 



martedì 9 settembre 2025

"Giura" di Stefano Benni


Giura di Stefano Benni è un libro particolare che mescola surrealismo e riflessione esistenziale.

Benni gioca con le parole come se fossero le palline di un giocoliere, e durante la lettura mi è sembrato di girare su una giostra, proprio come quella che si vede in copertina.
Racconta la storia di Luna, ragazza cresciuta in un ambiente familiare difficile che si rifugia in un mondo silenzioso di storie, sogni e creature fantastiche. Fino alla fine, non è mai chiaro se gli elementi fantastici che lei narra siano reali oppure no.
Luna è innamorata di Febo, un suo coetaneo, che vede le sue stranezze, ma ne è intrigato. Questo legame è molto particolare e si snoda lungo tutta la loro vita, come se i due si aspettassero, si cercassero, ma sempre incapaci di raggiungersi davvero. Una storia difficile, che dimostra quanto spesso un sentimento non basti, per amarsi, e quanto sappiano essere forti i vari ostacoli dell'esistenza.
Dall’inizio il romanzo alterna piani narrativi diversi: l'infanzia travagliata, con la sua dimensione spirituale, la ricerca di un’identità e la sacralità delle promesse e delle illusioni della gioventù; e l'età adulta, con la sua dimensione fisica, carnale e disillusa.
Il tono del libro oscilla tra favola oscura e romanzo di formazione, con brevi momenti di poesia e tanti di malinconia.

Il tema delle radici e dell’appartenenza è centrale in Giura, ma non è l’unico. Il titolo stesso richiama l’idea di una promessa che va oltre il tempo e lo spazio, qualcosa che tiene ancorati ad un luogo e un passato, a una memoria, a una storia personale ma anche alla storia collettiva del piccolo paese da cui entrambi i protagonisti provengono, che inevitabilmente si portano dietro.

"Giura" è un libro sul desiderio di emanciparsi e su come le storie -quelle che ci raccontano e quelle che ci raccontiamo- siano quelle che alla fine, nel bene e nel male, ci definiscono.

venerdì 18 luglio 2025

Dark Room Etiquette di Robin Roe


Dark Room Etiquette è un romanzo che affonda le mani nel cuore più oscuro dell’esperienza umana, raccontando con brutalità e delicatezza insieme cosa succede quando la realtà si spezza a causa di un'esperienza terrificante e bisogna imparare a sopravvivere a tutto quel che viene dopo.

Il protagonista è Sayers Wayte, un ragazzo privilegiato: bello, ricco, arrogante, amato e sicuro del proprio posto nel mondo. Ma quell'equilibrio perfetto viene distrutto in un istante, quando viene rapito da uno sconosciuto che sostiene di essere il suo padre biologico.
Sayers si risveglia in una casa isolata, chiusa, senza finestre. Un ambiente claustrofobico e irreale, dove il rapitore impone nuove regole, un nuovo nome, una nuova narrazione della sua vita. È qui che il romanzo prende una piega inquietante e affascinante: per buona parte della storia restiamo con Sayers dentro quella “dark room”, mentre lentamente le sue certezze si sgretolano, la sua identità si confonde, e la realtà si mescola con la manipolazione. La narrazione in prima persona ci trascina nella mente del protagonista, costringendoci a vivere il suo stesso senso di disorientamento, paura, annullamento.

Ma Dark Room Etiquette non finisce con la liberazione. Anzi, è proprio nella seconda metà che il romanzo colpisce più a fondo. Una volta fuori, Sayers non riesce più a riconoscere la sua vecchia vita. La casa, gli amici, la scuola, la famiglia: nulla è come prima. È sopraffatto da un forte disturbo post-traumatico da stress (PTSD) che si manifesta in incubi, flashback, episodi di dissociazione, difficoltà relazionali. Il trauma non si è concluso con la fuga: lo ha invaso, lo ha trasformato. Sayers deve affrontare un altro tipo di prigionia – quella della sua mente, che è rimasta bloccata in quell'esperienza scioccante.

Robin Roe, con grande sensibilità e una scrittura limpida e incisiva, racconta la complessità del trauma e la fatica immensa del recupero. Non offre soluzioni facili né finali rassicuranti, ma regala al lettore un ritratto autentico di dolore, memoria e identità fratturata. Il romanzo diventa così un'esplorazione intensa di cosa significhi perdere se stessi e provare, passo dopo passo, a ritrovarsi.

Dark Room Etiquette non è solo un thriller psicologico o un romanzo sul trauma. È una storia profonda sul potere e la fragilità del cervello umano, sull’ambiguità dell’amore e sul difficile cammino verso la guarigione. 

domenica 6 luglio 2025

"Babel" di R. F. Kuang: una versione fantasy del mondo accademico

TRAMA
Nella Canton degli anni Trenta dell’Ottocento Robin, un ragazzo cinese, sopravvive miracolosamente al colera grazie a una misteriosa tavoletta d’argento usata dal professor Richard Lovell, che lo salva e lo porta con sé a Londra. Qui Robin viene educato con estrema severità allo studio lingue classiche e del cinese mandarino, per essere ammesso all’Istituto Reale di Traduzione di Oxford, detto Babel.
A Oxford, l’antico sapere sulla traduzione si usa come forma di magia: su tavolette d’argento vengono incise parole “equivalenti”, ma non identiche in due lingue, creando effetti soprannaturali. Questa tecnologia linguistica, nota come “magia dell'argento”, consente di potenziare fucili, guarire, aumentare la produzione agricola e sostenere l’impero britannico.
Robin trova amici nei compagni Ramy (Indiano), Victoire (haitiana) e Letty (britannica). Tutto gli appare perfetto fino a quando inizia a capire che il sapere linguistico di Babel serve per alimentare il colonialismo e l’oppressione, non per il bene universale.
Si troverà dunque diviso tra il desiderio di mantenere i propri privilegi e l'incapacità di restare a guardare le peggiori ingiustizie sociali, un contrasto interiore che porterà tragici sviluppi.


RECENSIONE

Le parole possono uccidere.
È un'affermazione potente, e nel mondo immaginato da R.F. Kuang in Babel, assume un significato letterale, tragico e ineluttabile. Questo corposo romanzo fantasy, che si presenta come un’opera di finzione, è in realtà una lente acuminata sulla realtà del mondo accademico: affascinante, crudele, sofisticato e cannibale.
Robin, il protagonista, è incantato dall’università di Oxford – nello specifico, dal prestigioso Istituto di Traduzione Babel – che ama e odia con pari intensità. L’accademia è per lui un paradiso dorato e insieme una prigione raffinata: un sistema che promette elevazione e illuminazione, ma che può distruggere senza pietà chi non si conforma alle sue logiche.

"Odiava quel luogo. Lo amava. Non gli piaceva come lo trattava. Eppure voleva farne parte, perché era così bello poter parlare con i professori sentendosi al loro stesso livello intellettuale, partecipare a qualcosa di grande."

Lì dentro, anche il più brillante degli studenti è solo un ingranaggio facilmente rimpiazzabile. Eppure, uscirne è altrettanto devastante: dopo aver assaporato tutto ciò che l’accademia offre, la vita al di fuori appare grigia e respingente.

"Si interrogò sulla contraddizione che stava vivendo: li disprezzava, sapeva che le loro azioni erano tutt'altro che lodevoli, eppure desiderava che lo rispettassero quel tanto da accoglierlo tra le loro fila."

Questo senso di smarrimento e di sospensione – che molti riconosceranno come tristemente vicino alla condizione del precariato accademico contemporaneo – attraversa tutto il romanzo. Robin si sente sempre “altro”: è straniero, è diverso, ma è utile finché serve. Attraverso i suoi occhi, Kuang dà voce al disagio e all’umiliazione che oggi vivono tanti ricercatori e studiosi: coloro che hanno sacrificato tutto per un sistema che spesso non li protegge, non li premia, e non li riconosce.

Ma Babel non si ferma qui. È anche e soprattutto una denuncia feroce del colonialismo culturale e linguistico. La lingua, la traduzione, il sapere diventano strumenti di potere, di sottomissione, di sfruttamento. Le minoranze vengono assimilate, saccheggiate, fagocitate da una cultura dominante che si veste di nobili ideali ma agisce per puro tornaconto. È un libro tragico, cupo, senza scampo. Un romanzo che brucia più che brillare – e proprio per questo non si riesce a smettere di leggere.
La prosa è raffinata e coinvolgente, capace di trascinare il lettore nel complesso universo interiore di Robin. Alcune sezioni risultano forse troppo dense, appesantite da lunghe disquisizioni filologiche e storiche, ma non mancano momenti di grande intensità emotiva. Se nei passaggi tecnici il romanzo può apparire pedante - per chi non è appassionato di certe tematiche- nella descrizione delle dinamiche umane e politiche rivela tutta la sua potenza.

Cosa lascia la lettura di Babel? Innanzitutto, una sensazione di inquietudine e coinvolgimento morale. Questo non è un libro che si limita a intrattenere – anche se, certamente, riesce a farlo con intelligenza.
È un’opera che interpella, sfida, costringe a prendere posizione. Un dark academia nel senso più pieno del termine: prolisso, forbito, via via sempre più oscuro, che mescola elementi del dramma ottocentesco con riflessioni attualissime su identità, potere, violenza e cultura.
Non è una lettura semplice. Ma, forse, una lettura necessaria.

martedì 1 luglio 2025

"La versione di Mati" di Eva Milella

Forse vi sarà capitato, come è capitato a me, di scoprire che i vostri cari non sono quegli esseri perfetti e impeccabili che immaginavate. Sono umani, pieni di difetti e contraddizioni. 
Ma è proprio questa umanità a renderli incredibilmente affascinanti, non trovate?

Con una voce brillante e acuta, "La versione di Mati" ci trascina nel mondo di una bambina di undici anni cresciuta in un equilibrio precario tra anticonformismo e silenzi familiari.

Mati è sveglia, ironica, e ha imparato a decifrare il mondo con gli strumenti – spesso strambi – che le ha dato sua madre, una psicologa dal metodo educativo molto personale. Quando, senza spiegazioni, la madre la affida alla nonna eccentricamente mondana e ignota, Mati si ritrova in un universo fatto di cene esagerate, tornei di Burraco e vestiti luccicanti, popolato da personaggi al limite del surreale.

Eva Milella costruisce una narrazione ipotattica e colta, piena di ritmo, attraverso gli occhi intelligenti e taglienti di una protagonista che nessuno sembra voler davvero ascoltare. 

Ed è proprio questa la forza del romanzo: dare finalmente spazio alla "versione di Mati", fatta di osservazioni sagaci, domande scomode e intuizioni che sfuggono agli adulti.
Una lettura vivace, intelligente e profondamente umana, che parla di identità, diversità, ascolto e della forza delle parole, anche quando arrivano da una bambina.

Un libro breve e frizzante, una lettura perfetta per l'estate.
Vi ho incuriosito? Spero proprio di sì.

martedì 18 marzo 2025

"Un amore" di Dino Buzzati



Antonio Dorigo, mediocre borghese corrotto e vizioso, è il protagonista del romanzo "Un amore" di Dino Buzzati.

Un testo che si presenta provocatorio fin dal titolo visto che, nell'opera, di puramente romantico non si ravvisa assolutamente nulla.
Un sentimento è presente, prepotente, ma non è l'amore: bensì l'ossessione che un uomo solo e dedito unicamente a sé stesso matura nei confronti di una spregiudicata prostituta minorenne.
La realizzazione dell'infatuazione, della malattia terribile dell'innamoramento, quello senza scampo, quello divorante, dilaniante, terribile, tormenta Dorigo come una maledizione.
L'innamoramento è una fiamma per lui sconosciuta e confusa, minacciosa, un vortice che assorbe tutto, riducendo ogni aspetto della sua esistenza a puro sfondo.
L'unica figura a colori è lei, Laide, la giovanissima prostituta: per via della differenza di età e di ceto sociale, Dorigo la vede inarrivabile, irraggiungibile. Eppure, non riesce comunque a distaccarsi da quella fanciulla maliziosa e piena di vita, aggrappandosi ai pochi momenti che, a pagamento, lei gli concede.
Per la prima volta nella sua vita, non desidera possedere carnalmente una donna: vorrebbe entrare nel suo mondo, essere un personaggio e non solo un comprimario nel libro della sua vita, e pur di illudersi di avere un ruolo nelle sue giornate accetta le richieste più assurde e più meschine di lei.
Dorigo, che da carnefice, perfetto consumatore della prostituzione, diventa vittima dei capricci di una ragazzina dedita solo al denaro, non è meno volgare di lei, figura ugualmente negativa, ma vittima di un sistema che non ostacola e anzi favorisce lo sfruttamento.
In uno scambio costante di ruoli che li vede entrambi predatori e prede di un mondo consumistico e vuoto, privo di valori, Dino Buzzati dipinge con la sua prosa ipotattica sempre ricca e suggestiva l'affresco di un'umanità patetica e marcia ma che continua ad essere ingannata dalle illusioni meravigliose dell'amore, lusinghe capaci di condurre un uomo o una donna apparentemente sapienti e di animo saldo al ridicolo, all'umiliazione, alla vergogna, alle lacrime.

Però, appunto, infine queste amorose lusinghe si rivelano per quel che sono: le illusioni fragilissime di un istante, che poi rigettano l'uomo nell'abisso del suo niente, un abisso che- dopo la luce che egli aveva creduto di vedere- appare ancora più vuoto, ancora più buio.

Come ne "Il deserto dei Tartari" anche in "Un amore" il sentimento a cui allude il titolo è oggetto dell'attesa spasmodica e dolorosa dei personaggi, e dunque dell'umanità intera. Ma, proprio come il fantomatico esercito dei Tartari, neppure l'amore giungerà mai, con la sua salvifica potenza, a portare felicità nelle misere esistenze terrene.

E dunque, che conclusione trarre da questo romanzo che descrive con precisione chirurgica il ridicolo morbo dell'amore, che non risparmia nessuno e che è capace di condurre alla follia, di indurre alla rovina?
Se ne deduce che - secondo la condivisibile opinione dell'autore - il mondo non è che una burla priva di senso. Solo la natura, con la sua impassibile calma, con la sua pace, con la sua immobilità, è depositaria della verità: lontana dalle passioni umane, serena, benedetta dalla stasi, fuori dal tempo. 

martedì 4 marzo 2025

"La ragazza con l'orecchino di perla" di Tracy Chevalier


Il piccolo dipinto che vedete in foto, realizzato dalla mia amica Maria Teresa, mi ha convinta a leggere "La ragazza con l'orecchino di perla" di Tracy Chevalier, un romanzo storico che intreccia arte, fantasia e introspezione psicologica.

Ambientato nell'Olanda del Seicento, il libro immagina la vita della giovane Griet, ragazza che diventa la modella per uno dei dipinti più celebri di Johannes Vermeer. La narrazione, ricca di dettagli sull'arte e sulle dinamiche sociali del tempo, esplora temi come crescita personale e disuguaglianze sociali, con un'intensa attenzione ai piccoli dettagli che definiscono la vita quotidiana e il mondo artistico. 

La protagonista è una figura complessa, e la sua relazione con Vermeer è delicata e sfumata: il romanzo riesce a rendere vibrante la tensione tra lei e l’artista. 

La forza della Chevalier sta nel creare un mondo evocativo in cui ogni elemento – dal quadro stesso agli ambienti, ai personaggi – diventa un pezzo importante di una storia di scoperta e di trasformazione. Pur essendo una fiction storica, il libro sa toccare corde emotive profonde, suscitando riflessioni sul ruolo dell'artista e sulla potenza della bellezza e del desiderio. 

mercoledì 26 febbraio 2025

"Il colibrì" di Sandro Veronesi


Ho letto "Il Colibrì" perché mi è stato consigliato da una persona nel cui giudizio ripongo grande fiducia: è stato il mio primo confronto con l'autore, di cui non avevo letto altri libri. 
Parlo di "confronto" e non di "approccio" perché, a lettura ultimata, mi sembra di essere reduce di una lunga battaglia, che mi ha lasciata spossata e ferita, e sento le mente attraversata da tanti pensieri, riflessioni ingarbugliate. 
Sto scrivendo nel tentativo di chiarire la confusione nella mia testa, di riallineare tutte le idee, di analizzarle meglio una per una. 

"Il colibrì" è un libro che incuriosisce subito per la sua copertina gialla, per l'originale uccellino da cui prende il titolo al testo, che un pò mi riportava alla mente "Il cardillo innamorato" della Ortese e "Il cardellino" di Donna Tartt. 
A lettura ultimata posso dire di non essere andata lontano con gli accostamenti, visto che anche qui si trova un'intensa storia umana, tragica e intensa, fortemente intrisa di metafora. E un pizzico di fantastico, nelle iperboli funzionali al racconto. 

Marco Carrera: padre esemplare, marito fedele, dedito oculista. 
Una vita apparentemente perfetta, in cui ogni elemento è ordinato e al suo posto. 
Ogni certezza viene però spazzata via dall'incontro con l'analista di sua moglie che, infrangendo la segretezza a cui la professione lo vincola, per tutelare la sua incolumità decide di parlare con lui e confessargli qualcosa di sconcertante che farà crollare la vita che si è costruito.
Ma la vita di Carrera, del resto, è sempre stata tutt'altro che perfetta. 
La storia segue le vicende del protagonista dalla sua nascita sino al giorno della sua morte, ripercorrendone l'infanzia, l'adolescenza, l'età adulta e la vecchiaia: una vita intrecciata di dolori e sofferenze, e qualche raro momento di fulgida bellezza. 
La scelta della narrazione è particolarmente interessante: un intreccio di presente, passato e futuro, con un narratore onnisciente che anticipa, preannuncia, commenta, pontifica. 
Il testo è difficile da leggere perché manca di linearità: zigzaga fra gli anni, tace diverse cose, che pure al lettore arrivano con forza; a volte offre risposte prima delle domande; certe domande restano aperte sin quasi alla fine. 

Filo conduttore del romanzo è la resilienza, che Marco Carrera potrebbe a buon diritto annoverare tra i suoi pregi: la capacità di sopravvivere nonostante le avversità, di raccontarsi la realtà a modo suo ma senza mai mentirsi o mentire, di vivere anche quando intorno a lui c'è la morte. 
Morte delle persone che lui ama, ma morte anche di un sogno, di un progetto, di un'idea di vita. 
Si parla molto d'amore: quello poetico che lo lega a Luisa, unica donna da lui amata, un amore che non potrà mai vivere se non per lettera e in brevi parentesi della vita di entrambi, a causa dello scorrere delle loro esistenze ad un ritmo diverso. L'amore impulsivo e giovanile che lo lega a Marina. Quello feroce che lo lega al gioco d'azzardo. Poi il sentimento tenero e assoluto che lo lega alla figlia e infine alla nipote. 

Un leitmotiv del libro è la psicoanalisi. Marco Carrera non ricorre mai all'aiuto di un analista, ma tutte le donne della sua vita vi hanno fatto ricorso: sua madre, Marina, Luisa, sua figlia, sua nipote.
Marco non crede nella psicoanalisi e non vi ricorre mai, eppure con lo psichiatra della sua prima moglie ha un dialogo continuo, costruttivo ed importante, che proseguirà fino alla vecchiaia, e che lo aiuterà in momenti delicati della sua vita. E tutto il testo è l'analisi approfondita di un personaggio multiforme e intessuto di colpa e tormenti.

Quel che mi porto dietro dalla lettura di questo libro è soprattutto la riflessione sugli sguardi: da oculista, Carrera attribuisce grande importanza agli occhi, agli sguardi, al vedere e di esser visti. Gli sguardi creano, gli sguardi disfano. Definiscono, disegnano, racchiudono, liberano. Anche gli occhi diventano strumento asservito alla metafora: vedere per vivere, perché non si può vivere con gli occhi chiusi. Altrimenti si cade in burroni profondissimi, dai quali difficilmente c'è possibilità di risalita e salvezza. 
Vedere quindi, per esistere. Dinanzi agli altri e dinanzi a sé stessi. 

Un libro particolare, quindi: complesso, sfaccettato, narrato in maniera contorta e come se il legame fra i capitoli fosse dettato dai ricordi che via via riemergono in questo racconto di vita piuttosto che dalla successione temporale degli eventi, con una prosa forbita e incredibilmente ipotattica, che spesso diventa flusso di coscienza e costringe il lettore a seguire quel fiume di parole ovunque l'autore intenda condurre le sue acque misteriose. 
Una storia di vita, dunque. Verosimile, quasi. 
Perché "Il colibrì" è prima di tutto una metafora, metafora del vivere e del morire, della gioia e del dolore. 
Metafora di quel "quasi" che difficilmente si riesce a toccare, a raggiungere: di un'esistenza vissuta nell'eroismo quotidiano, dove non si vincono medaglie, coppe o trofei, spesso non si conquista il grande amore, non si vive la vita che si desidera. Quella vita in cui raramente si vince. E, anche quando si vince, si scopre poi che quella specifica vittoria non valeva nulla. 
Spesso si pede. 
Ma comunque, con ogni mezzo possibile, si vive. 
Senza mai chiudere gli occhi. 


"Ti piace giocare a pallone? Giocaci. Ti piace camminare in riva al mare, mangiare la maionese, dipingerti le unghie, catturare le lucertole, cantare? Fallo. Questo non risolverà nemmeno uno dei tuoi problemi ma nemmeno li aggraverà, e nel frattempo il tuo corpo si sarà sottratto alla dittatura del dolore, che vorrebbe mortificarlo. [...] Non dico che le tornerà la voglia di vivere. Probabilmente non le tornerà. Ma starà comunque vivendo."



giovedì 13 febbraio 2025

"Il cardellino" di Donna Tartt


Theo è un adolescente quando, accusato ingiustamente da un compagno di essere in possesso di un pacco di sigarette, viene rimproverato dalla preside, che convoca sua madre. Quel mattino, prima di recarsi a scuola per il colloquio con la dirigente, la donna propone al figlio una visita al museo, poiché l'arte è la sua grande passione e desidera distrarsi. Proprio quel giorno però accade una tragedia: una bomba esplode nel museo, e sua madre, che si era allontanata da lui per guardare una seconda volta "Lezione di anatomia", una delle sue opere preferite, rimane vittima dell'incidente.

Prima che Theo scappi dal museo un uomo anziano, in punto di morte, lo ferma e lo supplica di portare con sé in salvo un piccolo quadro: ritrae un uccellino, un cardellino. Theo prova un istintivo senso di tenerezza verso quel quadro, che ha guardato poco prima con sua madre -poco prima di perdere tutto- e gli ricorda uno degli ultimi momenti di pace prima che la sua vita andasse in frantumi.
Dando ascolto all'uomo porta dunque con sé il cardellino. Da quel momento non se ne separerà mai, custodendolo gelosamente, amandolo come se potesse sostituire il perduto amore di sua madre, donna che con la sua assenza domina l'intero romanzo.
In mancanza di suo padre, praticamente irreperibile da anni, Theo viene affidato alla famiglia di Andy, un suo compagno di classe.
La madre di Andy si affeziona particolarmente a Theo, tanto da decidere di adottarlo. Proprio quando prende questa importante decisione si presenta il padre del ragazzino. È uno dei momenti significativi del destino, uno snodo essenziale della sua storia: se fosse rimasto con la benestante famiglia dei Bourbon la sua vita sarebbe stata migliore, sicuramente più sana e serena.
L'intervento del padre invece lo induce a virare verso una direzione poco sana, una vita dove la droga, il fumo e l'alcool saranno la sua unica compagnia, alla cui iniziazione contribuirà non solo lo sbandato padre e la sua fidanzata, ma anche e soprattutto Boris. Di origini russe e anche lui proveniente da una disordinata situazione familiare, diventa quasi l'unica compagnia di Theo. Frequentano la stessa scuola, trascorrono insieme i pomeriggi e le notti, instaurando un rapporto ossessivo, ambiguo e tossico.
Boris, carismatico ed estroverso, esercita sul timido Theo un fascino pericoloso. Il ragazzo vuole fare una buona impressione su di lui perciò, ogni volta che l'amico gli propone una nuova trasgressione, non rifiuta mai, diventando rapidamente dipendente da sostanze sempre più pesanti.
Quando le vite li separeranno, lo incontrerà di nuovo da adulto, e si farà coinvolgere da lui nell'ennesima avventura.

Verso quale percorso virerà la vita di Theo? Verso la distruzione o la salvezza?

Il legame tra Boris e Theo è uno dei punti centrali del libro, un rapporto che resisterà agli anni e alla distanza, per poi essere recuperato intatto quando si ritroveranno, da adulti.
La loro amicizia conserva nell'età adulta la stessa ambiguità eppure è arricchita da un'intensità nuova. Boris, che da bambino aveva preso per mano Theo e lo aveva accompagnato nell'abisso, quando lo incontra da adulto invece lo aiuta a recuperare stabilità e sanità mentale, anche se a modo suo.
Un legame che nasce sbagliato, si evolve, muta.
"Perdonami per tutto il male che ti ho fatto" è la prima cosa che gli dice, quando lo incontra di nuovo.
Boris si è reso conto di non essere un personaggio vincente, ha semplicemente lottato per sopravvivere in un mondo ostile in cui la strada criminale era la sola che conoscesse.

Tutti i personaggi sono estremamente complessi e contraddittori. L'autrice stessa, in un'intervista, ha dichiarato che i suoi personaggi possono sembrare incoerenti perché "le persone fanno cose imprevedibili" ma, a suo giudizio, i comportamenti inaspettati rendono i personaggi più realistici.
In effetti, essendo arricchiti di sfaccettature, come in "Dio di illusioni", questi protagonisti si mostrano ingiudicabili e sfuggono ancora una volta ad ogni tentativo di definizione.

Lo stesso Theo, in un mondo pieno di mutevoli individui che si nascondo dietro rigide maschere, vede crollare ogni appoggio e trova il suo unico punto fermo nell'arte, dedicando la sua esistenza soprattutto alla protezione del piccolo dipinto, come se fosse l'unico frammento puro da conservare della sua infanzia.

Inevitabilmente, Theo non fa che tormentarsi e domandarsi chi sia, dopo aver perso tutto ciò che credeva di avere, sentendosi spesso in colpa per essere sopravvissuto al posto di sua madre, di cui gli sembra quasi di aver rubato la vita.
Per questa ragione si aggrappa ossessivamente al quadro del cardellino, unica immagine di pace nella sua mente travagliata. Inaspettamente, è proprio Boris ad aiutarlo e, seppur in modo contorto, gli salverà la vita in tanti modi.

Il romanzo induce il lettore ad interrogarsi sul fato, sulle diverse strade della vita e sulle sue imprevedibili coincidenze.
Esiste un destino inevitabile? In cosa consiste la nostra vita, se tutto è già stabilito?

Ancora una volta, con "Il cardellino", Donna Tartt avvince i lettori in una storia soffocante e claustrofobica, che strangola e annichilisce, rendendo la lettura un'esperienza catartica ed intensa, indimenticabilmente dolorosa.

martedì 11 febbraio 2025

"Odio e amo" la storia di Catullo


Dimmi che preferisci me a lui» mi lasciai sfuggire. Era una richiesta esagerata, lo sapevo, ma non potevo farne a meno. Per un attimo ebbi paura di aver osato troppo.
«Catullo, se io avessi potuto avere un marito come te…» mi rispose seria, sciogliendosi dall’abbraccio. «Se avessi potuto scegliere, avrei scelto te.»"

Daniele Coluzzi, già autore di un retelling del mito di Persefone, torna a lasciarsi ispirare dal mondo classico per una nuova opera, stavolta dedicata al celebre poeta latino Catullo, i cui versi d'amore e dolore hanno accompagnato generazioni di adolescenti nell'esperienza dei primi amori e dei primi dispiaceri. 

"Odio e Amo" è un libro che offre un viaggio affascinante nella vita di Catullo, restituendo al lettore non solo il poeta, ma l'uomo dietro i versi. Con un linguaggio scorrevole, l’autore intreccia storia e letteratura in un racconto vibrante, che cattura le passioni, le delusioni e i turbamenti interiori di uno dei più grandi lirici latini.

Un’opera che sa coinvolgere anche chi ha poca familiarità con la poesia antica, rendendo Catullo un personaggio sorprendentemente vicino e attuale, come sempre attuali sono le gioie e i dolori del cuore. 

lunedì 9 dicembre 2024

"Nyx- L'ordine": un interessante prequel


"Nyx- L'ordine" è una novella di breve ma intenso respiro che introduce la saga di Nyx. 
In una cittadina apparentemente perfetta, Mooresville, la vita sembra scorrere tranquilla ma, mentre la sua facciata si svela come fragile, emergono tensioni e misteri legati al passato della città, mettendo in discussione la serenità di Riven Ortega, la giovane protagonista che, con il suo talento artistico e i suoi disegni inquietanti, rappresenta la frattura tra il mondo che la circonda e la sua percezione unica della realtà. In un mondo che sembra diventare sempre più estraneo ed ostile, la ragazza è costretta a confrontarsi con un mistero che mette in discussione quel che conosceva e ha sempre dato per scontato. 

Il linguaggio dell'autrice, che narra le vicende in prima persona con una prosa scorrevole e giovanile, contribuisce a creare una narrazione tesa e inquietante, dove ogni piccolo dettaglio della vita quotidiana sembra nascondere un lato oscuro. 
L'atmosfera si fa via via più densa di mistero e suspense, riflettendo la crescente consapevolezza dei personaggi riguardo i segreti e i pericoli che la città cela. 

Consiglio quest'opera a chi ama le storie che uniscono il brivido alla psicologia dei personaggi, e a chi cerca una lettura che non si limiti a raccontare una storia, ma che inviti anche a guardare oltre le apparenze.

martedì 6 agosto 2024

"Storia della bambina perduta" di Elena Ferrante



Quella di Lila ed Elena è una storia iniziata diversi anni fa e che, seppur con dolore, porterò con me per molto tempo.

La serie segue le vicende di Lila e Lenù, due ragazze che nascono e crescono in una periferia povera e pericolosa di Napoli.
Elena, che ha la possibilità di studiare, ha modo di avere una vita molto diversa, di aprirsi porte e possibilità. 
Tuttavia vive nel terrore costante che la sua vita sia una farsa, una pallida ombra di quella grandiosa che avrebbe vissuto Lila se fosse stata al posto suo, con le sue stesse possibilità. 
Lila, pur non potendo studiare, ha reso la sua vita grande, gigantesca, la cui dimensione riduce sempre Elena ad insignificante comparsa. Tanto che, per avere una vita propria, Elena vive davvero solo lontano dal rione, lontano da Lila, dove non può temere il confronto con la sua mente brillante, con quel suo talento geniale ed innato, che sfugge a paragoni e confronti. Ma Lila resta sempre il faro che la attira, da cui non può stare lontana, l'amica che ama e che detesta in ugual misura.

Il finale della saga mi è piaciuto? No. Di questa storia non mi è piaciuto niente. 
Ma l'uso di un narratore che si mette da parte per lasciare che sia un terzo personaggio a fare da protagonista- come in "Demian", o "Il grande Gatsby" è uno stratagemma letterario affascinante. E la penna di Elena Ferrante, un'ipotassi ricca e forbita, è riuscita ad avvincermi. 
Forse, se non ci fosse stato quell'ultimo, crudelissimo colpo di scena finale, la storia di Lila ed Elena mi avrebbe lasciato un ricordo migliore, ma così non è stato. La Ferrante ha deciso di spezzarmi il cuore in tanti minuscoli pezzetti.

Questo romanzo mi ha devastata, distrutta, spezzata. E, dopo l'ultima pagina, dopo l'ultima riga, ho avuto voglia di piangere. 
Perché è una storia che si conclude come uno strappo, lasciando una ferita aperta, bruciante.
Non posso parlarne completamente male: una storia che brucia è comunque una storia che, nel bene o nel male, lascia qualcosa. Un'emozione, seppur negativa. 
Ma non posso perdonare la Ferrante. 
Non posso proprio. 

sabato 27 luglio 2024

"Benvenuti in casa Esposito" di Pino Imperatore



"Benvenuti in casa Esposito" è un libro tagliente e sarcastico che fa ironia sulla malavita organizzata (male), sulla sua banalità e le sue contraddizioni, seguendo le vicende tragicomiche della famiglia Esposito. 
Una storia in cui il bene si intreccia con il male, raccontando una quotidianità che è forma e sostanza di un'umanità chiamata costantemente a scegliere tra giusto e sbagliato. 

E a volte certe scelte richiedono più coraggio di altre perché, se si nasce in determinati contesti, il male sarebbe la scelta più semplice.

Oltre ad essere una storia di uomini e di donne, questo testo è una palese scusa per elogiare la bellezza di Napoli e la sua storia: il che, secondo me, già sarebbe un motivo sufficiente per leggerlo. 

Vi ho convinti? Se non ci sono ancora riuscita, menzionerò il talento di Pino Imperatore, autore dalla penna talmente sagace che riuscirebbe a rendere entusiasmante qualsiasi racconto.