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martedì 31 maggio 2022

"L'isola di Arturo": il complesso mondo interiore di un adolescente


Un ragazzo, un’isola, un complesso, appassionato mondo interiore: sono questi i principali elementi del romanzo “L’Isola di Arturo” di Elsa Morante, pubblicato nel 1957 da Giulio Einaudi Editore nella collana supercoralli, vincitore del prestigioso premio Strega nello stesso anno. È il secondo libro di Elsa Morante, già autrice molto nota per altri romanzi e numerosi racconti.  

Si tratta di un romanzo di formazione, ambientato intorno al 1937, alla vigilia della seconda guerra mondiale, in un’isola sperduta del Mediterraneo, l’isola di Procida. Il protagonista coincide con il narratore, racconta in prima persona la sua storia e mescola l’ingenuità della sua età alla visione disincantata di un Arturo adulti, che spesso riesamina i propri comportamenti alla luce della maturità raggiunta, anche se non viene mai specificata l’età del narratore nel momento in cui parla del suo passato. 
Ci sono altri personaggi, ma per quanto la loro presenza sia rilevante ai fini della storia, vediamo queste figure solo come riflessi in uno specchio, per via della percezione che Arturo ha di essi e delle reazioni che suscitano in lui.  

La giovane madre di Arturo, una donna di soli diciotto anni, è morta dandolo alla luce, perciò il bambino ha trascorso la sua primissima infanzia in compagnia di un ragazzo, Silvestro, il suo “balio”, l’unico ad occuparsi di lui durante i lunghi periodi di assenza del padre.  
Quando anche Silvestro lo lascia, il ragazzino rimane solo, trascorrendo le sue giornate a fantasticare sui libri di guerra e a progettare viaggi nel vasto mondo, nutrendo il desiderio di visitare tutti i luoghi meravigliosi che immagina siano stati visitati da suo padre.  
Il padre Wilhelm, per Arturo, è una figura che ha idealizzato come una sorta di superuomo, insuperabile per bellezza, coraggio e forza.  

La vita di Arturo, per anni, si ripete sempre uguale: lunghi periodi di solitudine si alternano a brevi intervalli durante i quali il padre torna a casa. In questi periodi Arturo cerca sempre di farsi notare da lui, di compiere prodezze di ogni genere davanti ai suoi occhi per conquistare la sua stima, per ottenere un complimento, o anche più semplicemente una parola gentile, una carezza.  
Wilhelm è un uomo freddo e distante, ha sempre la mente altrove, e tratta suo figlio con indifferenza. La sua stessa madre gli diceva che era tanto cattivo da essere identificabile con l’uomo di cui si parla in un passo del vangelo, in cui Gesù chiede chi è quell’uomo che darà un sasso al figlio che gli chiede un pezzo di pane.  
Ma Arturo è cieco all’egoismo del padre, lo ama con tutto sé stesso e vive nella sua adorazione, pur dovendosi accontentare delle briciole del suo tempo.  
Un giorno la quotidianità di Arturo cambia: il padre, di ritorno dall’ennesimo viaggio, annuncia che presto porterà nell’isola la sua nuova moglie. Si tratta di una giovane ragazza napoletana, Nunziata, di appena sedici anni.  
Al momento del suo arrivo, Arturo di anni ne ha quattordici e, a causa dell’assenza della madre o di sorella, non ha figure femminili di riferimento: Nunziata è la prima donna con cui deve condividere lo stesso tetto, perciò sua presenza gli causa non pochi turbamenti.  
Nunziata è buona e gentile, per la prima volta c’è qualcuno che si preoccupa per lui, che lo ascolta e gli fa compagnia.  
Arturo prova sin da subito sentimenti contrastanti nei confronti di Nunziata. All’inizio è geloso delle attenzioni e dei regali che suo padre le riserva, pur restando interdetto dinanzi alla violenza con cui la tratta. Periodo tuttavia breve, poiché subito l’uomo riprende le abitudini di viaggiare e tornare di rado a casa.  
A quel punto, per molti mesi, Arturo e Nunziata vivono insieme, da soli, ma Arturo respinge ogni gentilezza della matrigna, è sempre scortese con lei, non vuole chiamarla mamma e non riesce neanche a chiamarla con il suo nome, è persino infastidito dalla sola idea di provare affetto per lei.  
Trascorrono i mesi, Nunziata rimane in cinta di Wilhelm e quando giunge per lei il momento di partorire Arturo ha una reazione inaspettata: terrorizzato del pensiero che possa morire, proprio come sua madre, si rende conto di non odiarla per niente, anzi, solo allora inizia a capire quanto si sia legato a lei.  
Nunziata è forte: sopravvive al parto e  mette al mondo un bel bambino biondo che chiama Carmine Arturo, in onore del figliastro e della Madonna del Carmelo.  
Arturo inizialmente pensa che i sentimenti che prova per Nunziata siano soprattutto sentimenti di gelosia, nei confronti del fratellastro, che ha la fortuna di avere una madre che gli dà tanti baci e lo ricopre di attenzioni, quelle attenzioni materne che non ha ricevuto mai.  
Diventa geloso al punto di inscenare un suicidio solo per attirare l’attenzione su di sé, gesto incosciente che rischia di essergli fatale.  

Si salva solo grazie al suo fisico robusto, e durante la convalescenza riceve le tanto agognate cure di Nunziata, che lo rendono felice.  
Quando si riprende del tutto, per ringraziarla, sorprende la matrigna con un bacio. Bacio al quale Nunziata si sottrae, sconvolta, perché nonostante sia attratta da Arturo, è molto credente e vuole essere una moglie fedele. Arturo ferito dal rifiuto, non comprende le sue ragioni. Affamato d’amore com’è, non si rende neanche perfettamente conto del significato di quel bacio.  
Solo quando una sfacciata amica vedova di Nunziata diventa la sua prima amante, il ragazzo si rende conto di quale genere di amore lo leghi a Nunziata: l’amore di un uomo attratto da una donna, non l’amore di un orfano in cerca di una figura materna. 

In quello stesso periodo Arturo inizia a vedere il padre per ciò che è, un uomo spregevole ed egoista che trascura il figlio e tratta la sua dolcissima moglie come se non esistesse, una donna meritevole di ogni onore, che lui ricoprirebbe di gioielli e amore, se solo potesse.
  
Infine scopre la vera ragione dietro i numerosi e continui viaggi del padre: egli trascorre le giornate in compagnia di un amante, Tonino Stella, che si concede a lui solo in cambio di denaro.  
Disgustato dalla seconda vita del padre, che ha preferito l’amore a pagamento di un estraneo a quello vero e sincero di chi lo ama veramente, Arturo dichiara a Nunziata il suo folle amore per lei, proponendole di scappare dall’isola, e di vivere insieme promettendole tutto il rispetto che merita e l’amore che Wilhelm non può e non vuole offrirle.

Cerca di baciarla e i due hanno una cruenta colluttazione, durante la quale lui la ferisce strappandole un orecchino.  
Il ragazzo capisce che, nonostante Nunziata ricambi i suoi sentimenti, purtroppo è sposata, e non potrà mai accettarli.  

Arturo accetta la decisione di Nunziata, ma sa di non poter più vivere sotto lo stesso tetto delle donna che ama senza stare insieme a lei; perciò, presi i propri pochi averi, decide di abbandonare per sempre l’isola di Procida, per arruolarsi in guerra come volontario.
 
Arturo ha diciassette anni quando abbandona l’isola di Procida, la sua isola, l’isola di Arturo. 
Il romanzo percorre tutte le fasi della vita del ragazzo, la sua fanciullezza, trascorsa fra solitudine e sogni, la tormentata adolescenza, il passaggio nell’età adulta avvenuto in modo quasi improvviso, in pochi mesi, sufficienti però a far cadere i veli di tutte le sue illusioni.  

“L’isola” del titolo del libro non è solo quella di Procida, dove la storia è ambientata. È il modo di vivere del protagonista, solo con i suoi pensieri, senza un amico o un genitore, con il quale confidarsi o aprirsi, che vive in un cerchio strettissimo di affetti e in quel piccolo cerchio deve fronteggiarsi con le proprie emozioni sempre estreme, nel bene e nel male, un piccolo terreno di guerra dove tutto è ingigantito.  
Arturo ha vissuto per anni proprio come un’isola, lontano da tutto e da tutti, ignaro persino degli avvenimenti contemporanei, perso nei propri irreali sogni di gloria. La partenza dall’isola, senza guardarsi indietro neppure una vita, è una conclusione che si apre ad una duplice interpretazione.  

Può essere visto come l’abbandono di un mondo che lo ha deluso, con la speranza che fuori dall’isola esista un luogo in cui potrà trovare la felicità.  
Oppure il finale si può considerare come una definitiva resa di Arturo dinanzi all’inevitabile sofferenza della vita, dal momento che decide di arruolarsi in guerra, dove già sa che vivrà altro orrore ed altro dolore, e questa scelta potrebbe nascere dalla convinzione che crescere non significhi altro che passare da un’agonia all’altra senza potersi ribellare in alcun modo al destino spietato.  

Al di là di queste molteplici visioni del significato del romanzo, si tratta sicuramente della storia di un ragazzo che diventa uomo, vivendo situazioni che non tutti gli adolescenti devono affrontare, ma trovandosi a lottare contro gli stessi sentimenti che si agitano nel cuore di quasi ogni ragazzo, nel modo totalizzante tipico della giovinezza.  
Un libro che non può non far riflettere sul proprio personale vissuto adolescenziale, e pur nelle sue unicità e assurdità delle vicende è possibile provare una sorta di sentimento di solidarietà nei confronti di questo protagonista.

giovedì 23 dicembre 2021

"Canto di Natale" di Agatha Mistery


Canto di Natale è l'ultimo titolo che va ad aggiungersi ai classici della serie di Agatha Mistery, la collezione di romanzi d'epoca riproposti ad un pubblico di ragazzi, con un linguaggio più giovanile e fresco adatto alle menti dei lettori contemporanei, abituati a narrazioni dal ritmo più svelto e accattivante. 
Esteticamente l'edizione è curatissima: si tratta di un volume dalla copertina quasi rigida, piacevole al tatto e particolarmente maneggevole. Le pagine presentano caratteri grandi e di facile leggibilità. Inoltre, la presenza di grandi illustrazioni a tutta pagina arricchisce e impreziosisce l'opera. In appendice si trova una sezione di giochi classici, tra cui domande a risposta multipla per un'autoverifica di comprensione del testo. 

"Canto di Natale" è forse una delle  storie più riadattata e amate di tutti i tempi, da cui sono stati tratti film, cartoni animati e adattamenti a fumetti. Si tratta del più classico dei racconti natalizi che, con semplicità, propone un racconto che racchiude il senso profondo della festività più speciale dell'anno, una festa religiosa ormai divorata dal consumismo, spogliata del suo senso profondo ed autentico per riverstirsi di un sovrasenso vuoto, sebbene ammantato di tante lucine. 

Ebenezer Scrooge, un ricchissimo uomo d'affari, mal sopporta le festività Natalizie: gli ultimi giorni dell'anno per lui non sono altro che un'occasione per fare i bilanci annuali e per scoprirsi di un anno più vecchio. Insomma, non ha proprio nulla da festeggiare, e si sente persino infastidito dalla gioia che i suoi compaesani sembrano dimostrare. Compreso l'irritante nipote Fred che, sempre allegro, ogni anno prova ad invitarlo a trascorrere il Natale in famiglia. O il suo dipendente Bob, che con un misero stipendio deve sostenere una famiglia numerosa e non vede l'ora di festeggiare.
In questo stato d'animo, Scrooge torna a casa per concedersi una notte di riposo. Ma la sua tranquilla serata viene disturbata dall'improvvisa apparizione di Jacob Marley, il suo defunto socio in affari nonché suo unico amico, il quale gli parla dell'eterna dannazione a cui è andato incontro, nell'aldilà, per non aver mai fatto del bene in vita. E gli preannuncia che
Con l'intenzione di cambiare la sua mentalità di Scrooge, tre fantasmi andranno a fargli visita quella notte: il fantasma del Natale passato, del Natale presente e del Natale futuro. 
Tre spiriti ai quali Scrooge non potrà sfuggire, ma più doloroso di ogni altra cosa sarà affrontare i propri rimorsi e le proprie, numerose scelte sbagliate.
Deciderà di cambiare e diventare un uomo migliore o di restare ancorato alla solitaria esistenza condotta fino a quel momento? 


L'animo di Ebenizer si è lasciato guidare tutta la vita dalle comete fredde, orientato solo al denaro e animato dal desiderio spasmodico di accumularne sempre di più, facendo di esso l'unico scopo della sua esistenza. 
Quando i tre spiriti, gli fanno visita per mostrargli tutto ciò che ha perduto, che sta perdendo e che perderà ancora, e facendogli capire quanta differenza potrebbe fare nel mondo, egli deciderà di cambiare, di illuminare la propria esistenza, rassegnandosi a tutto ciò che non può più recuperare, ma sforzandosi di fare tutto ciò che è in suo potere per lavorare sul suo presente e sul suo futuro. 
Ebenezer, con un atto di coraggio, rinnega sé stesso, rinnovandosi: e che questo miracolo possa capitare prima o poi anche ai nostri poveri cuori, così spesso avvolti dall'insoddisfazione e dall'infelicità.

giovedì 19 novembre 2020

BlogTour: "Matto come un cappellaio" - La vera storia del Cappellaio Matto


Capelli strambi, un vistoso cappello, abiti colorati, occhi allucinati, sorriso folle: queste le caratteristiche della figura, fortemente radicata nell'immaginario collettivo, del Cappellaio Matto, uno degli iconici personaggi di Alice nel paese delle Meraviglie, opera nonsense scritta da Lewis Carrol. 
Lo immaginiamo così soprattutto grazie ai disegni di John Tenniel, illustratore dell'opera originale (l'unico i cui disegni siano stati apprezzati dall'autore, il quale dichiarò che rispecchiavano perfettamente lo spirito della sua opera.)

Ad aumentarne la fama ha contribuito sicuramente anche Johnny Depp, l'attore che ne ha intepretato il personaggio nei film Disney, regalandocene una versione estremamente spumeggiante.
Nel secondo film Disney, "Attraverso lo specchio" che si ispira al sequel di Lewis Carrol (tuttavia distaccandovisi molto) il cappellaio è triste e malato, decisamente diverso dall'immagine simpatica che abbiamo dipinto nella nostra mente. 


Eppure, sembra essere proprio questa l'immagine più rispondente alla realtà: perché il personaggio del Cappellaio Matto ha effettivamente agganci con reali figure storiche, e -come gran parte dei personaggi che costituiscono il variopinto ed assurdo mondo di Lewis Carrol- la sua non è una bella storia.

Volendosi attenere strettamente al testo del romanzo, il cappellaio non viene mai definito "matto" (non esplicitamente ma implicitamente sì; infatti proprio lo stregatto spiegherà che, nel Paese delle Meraviglie, sono tutti matti, affermazione che annovera certamente il personaggio di cui parliamo).

Del resto, il comportamento del cappellaio nei libri è molto strano. Egli infatti, rivolgendosi ad Alice, sembra essere un individuo estremamente bipolare, capace di mostrarsi gentile un momento e odioso subito dopo, senza che niente giustifichi questo repentino cambiamento d'umore. 

I cappallaii erano certamente matti, infatti un famoso detto del Diciannovesimo secolo usato per riferirsi a qualcuno che manifestava un comportamento strambo, era "è matto come un cappellaio" (Mad as a Hatter).

Ma perché i cappellai erano matti? 
A causa del loro lavoro: i cappellai, nella loro attività di colorazione di tessuti dei cappelli, si esponevano per molto tempo a numerose sostanze tossiche, in particolare alle dannosissime esalazioni di mercurio. 

L'esposizione a questa sostanza tossica per il corpo umano comportava, sul lungo periodo, un vero e proprio avvelenamento, il quale causava tremori ed un umore lunatico, caratteristiche che faceva sembrare i cappellaio "folli" agli occhi degli altri. 

Questi disturbi, non compresi dalla medicina dell'epoca, prendevano appunto il nome di "mad-hatter disease", poiché soltanto loro lo presentavano. 

Il mercurio era un elemento essenziale ed inevitabile per fabbricare il feltro, poiché solo grazie ad esso era possibile trattare le pelli degli animali e separare da esse il pelo. 
Il feltro poi veniva modellato e il cappello così ottenuto era rivestito di tessuto. Ma, prima della questa fase di rivestimento, i cappellai spesso provavano sulle loro stesse teste i cappelli, e ciò danneggiava persini i loro capelli, dandogli una colorazione arancione, proprio come nel cappellaio di Tim Burton. 

Un altro elemento che ha evidenziato Tim Burton nel suo "cappellaio" è la particolare colorazione degli occhi.
Si trattava di un mutamento causato dalla malachite, una pietra dura di colore verde che veniva polverizzata e usata per tingere il feltro. Le esalazioni di questa sostanza avevano conseguenze terribili, quali nausea, confusione, depressione e difficoltà respiratorie. 
E la cosa più strana: le pupille dei loro occhi si dilatavano molto, assumendo un inquietante colore verde. 
Ecco dunque spiegati i verdi e allucinati occhi del cappellaio.


Inserendo questo personaggio nella sua opera Lewis Carrol ha forse voluto dare il proprio contributo alla critica di una società in cui i nobili sfoggiavano un lusso che veniva realizzato da altri con sofferenza? 

Certamente, nei personaggi presenti in un libro si possono vedere tante metafore e significati nascosti.
E ciò è ancora di più vero per le opere di Carrol, di cui non capiremo mai -purtroppo, o forse è bene che sia così- tutti i sottosensi celati fra le righe della cripitica prosa e delle stravaganti poesie.

martedì 17 novembre 2020

"Emily della Luna Nuova" di Lucy M. Montgomery



"Emily della luna nuova" è un romanzo di Lucy M. Montgomery, autrice famosissima per aver scritto la saga di "Anna dai capelli rossi".

Emily è una bambina serena e gioiosa, che non perde mai il sorriso, sebbene la sua vita non sia mai stata facile. Orfana di madre, il destino la sottopone ad un’ulteriore terribile prova: la perdita dell’amatissimo padre, un uomo non particolarmente benestante, un giornalista malvisto dalla famiglia della defunta moglie, che lo ha sempre considerato indegno di lei. Ma l’uomo possedeva il fascino dei sognatori, e ha trasmesso alla figlia la passione per la scrittura, insegnandole il conforto delle parole. 
Alla sua morte Emily deve essere affidata a qualcuno, ma nessun parente vuole prendersi cura di lei: tirano dunque a sorte e la piccola viene ospitata dalla zia Elisabetta, una donna fredda e scostante della quale conquistare la stima sembra impossibile. Ma la bambina, ubbidiente, buona, con un carattere ribelle alle ingiustizie, riesce sempre a farsi rispettare e riuscirà a farle capire che, anche se è una persona piccola, non è stupida ed è degna del suo rispetto.
Emily ama la natura, ma la sua sintonia con essa non viene guardata positivamente dagli adulti, i quali la considerano spesso stramba. 
In alcuni momenti lei si sente pervasa da una sensazione di estasi e benessere che le fa gustare la bellezza che la circonda. La descrizione del lampo è bellissima, e ciascuno potrà riconoscersi nelle parole della Montgomery, gli splendidi istanti di epifania vissuti durante l’infanzia magari dinanzi al mare o al silenzio siderale della sera. Instanti perfetti, impossibile da dimenticare. 

"E allora, magnifico ed esaltante, arrivò "Il lampo". 
Emily lo chiamava così, anche se sentiva che non era la definizione esatta. Definirlo era impossibile. A volte cercava di descriverlo a papà che appariva sempre un pò perplesso. Non ne parlava con nessun altro. da quando era in grado di ragionare coscientemente Emily aveva la sensazione di trovarsi a due passi da un mondo di magica bellezza. Ne era separata dal velo di una tenda: non poteva scostarla ma a volte il vento, scompigliandola per un attimo, le lasciava appena intravedere un reame fatato da cui provenivano le note di una musica celeste. Accadeva di rado e durava pochi attimi, donandole una gioia inesprimibile che le toglieva il fiato."

Inoltre, quando la zia scopre la passione della nipote per la scrittura la rimprovera aspramente, ma lei si ribella con fermezza opponendosi all’ingiusto divieto di scrivere perché per lei è un'esigenza, un’azione che diventa un fluire quasi magico dalle sue mani alla carta. 
Prova il bisogno di trascrivere le profonde emozioni che la attraversano, positive o negative che siano, in forma di prosa o poesia
Scrivere è un’attività liberatoria e catartica, incoraggiata dal defunto padre, che non ha mai smesso di coltivare, scrive su ogni foglio di carta che riesce a trovare. 
Per Emily la scrittura è uno strumento per conoscersi meglio, per esplorare la propria interiorità e per dare vita al mondo colorato e meraviglioso che esiste nella sua testa attraverso le lenti magiche dei suoi occhi chiari, da cui trabocca una sconfinata immaginazione. 
Amica dei gatti e delle stelle, trova pochissime persone che possiedano un’anima a lei affine e capaci di comprenderla. 
Alcuni, come il reverendo Dean Priest, vedono in lei una creatura celeste e fatata, un piccolo elegante folletto, e rimangono colpiti dalla sua determinazione e dalla sua dolcezza, considerata una ricchezza per il mondo. 
Altri, come la sua maestra, vedono nel suo talento una potenziale minaccia alla loro autorità, e desiderano solo sminuirla e scoraggiarla. 
Nel difficile percorso verso l’età adulta, imparerà a non fidarsi delle prime impressioni, comprenderà il dolore del tradimento e sentirà sulla pelle il bruciore intollerabile delle ingiustizie. 
È una ragazzzina libera, una rosa che cresce in un roseto di spine, riuscendo ad elevarsi al di sopra degli altri fiori, distinguendosi per profumo e bellezza. 



Emily è una protagonista meravigliosamente disegnata: è una bambina autentica, con ingenuità, convinzioni e le proprie brillanti considerazioni. Una ragazzina dall’intelletto vispo e vibrante, che possiede una sensibilità estrema, in grado di cogliere le vibrazioni profonde del mondo che la circonda. Sin dalla più tenera infanzia, si rende conto di essere vicinissima ad un mondo di incomparabile bellezza, percepisce l’ineffabile purezza della natura. Ogni elemento è ai suoi occhi un’affascinante creatura viva, degna di essere battezzata con un nuovo nome, come il vento della sera che lei soprannomina “la donna del vento”. 

"E allora sentì la Donna del Vento bussare alla finestra. Sentì il delicato sussurrio della brezza notturna di giugno, dolce, soave, tenero. 
-Oh, sei lì mia cara! - mormorò, tendendo le braccia. -Oh, sono tanto contenta di sentirti. Tu mi tieni compagnia, Donna del Vento. Ora non sono più sola. È arrivato persino il lampo! Credevo ch non potesse arrivare qui a New Moon."

"Emily della luna nuova" è un libro delicato, con una prosa magnifica, tanto bella da riuscire a volare al di sopra del testo, che permette di immaginare i verdi campi, il roseo cielo della sera, la luce del tramonto e il tranquillo silenzio delle lunghe notti dell’infanzia. 

Emily Byrd Starr di New Moon è un personaggio che vi resterà nel cuore, facendovi riprovare la gioia e la semplicità dell'infanzia, quando contemplavate il cielo magico delle serate infinite della vostra fanciullezza, con qualche bel sogno a tenervi compagnia. 

"Emily Byrd Starr: dovresti chiamarti stella, come il tuo cognome. Sembri una stella: da te irradia una personalità luminosa. Il tuo ambiente dovrebbe essere il cielo della sera, subito dopo il tramonto, oppure il cielo del mattino, un attimo prima del sorgere del sole."

martedì 28 luglio 2020

Review Party: "Il libro delle meraviglie e altre fantasmagorie" di Lord Dunsany





Vengano, signore e signori che in qualche modo sono stanchi di Londra, vengano con me anche coloro che sono arcistufi del mondo che conosciamo: perché abbiamo nuovi mondi, qui.

Queste le parole usate da Lord Dunsany, rivolte ai lettori in procinto di avventurarsi nelle terre meravigliose descritte nelle sue opere.



Tuttavia egli non usa una narrazione esclusivamente fantastica, ma si tiene sempre saldamente ancorato alla realtà, come evidenzia Massimo Scorsone, autore della prefezione, il quale scrive di Dunsany che:

Può essere forse giudicata un’ovvietà rimarcarlo, ma (...) Lord Dunsany, oltre a ergersi «a campione di un bizzarro universo di fantastica leggiadria» e a votarsi, sul campo di battaglia del sogno, «a una guerra eterna contro la grossolanità e il laidume della concretezza diurna», mantenne (...) relazioni con una realtà per nulla avulsa dalla storia e dall’ambiente in cui era immerso.

Ci sono storie che diventano pilastri fondamentali per gli autori che verranno in seguito. Storie sepolte sotto strati di leggende, che si impongono come fari nella notte, nell'oceano di tutte le avventure immaginarie che saranno narrate successivamente. Quando questo accade, la letteratura diventa immortale, affermandosi come un richiamo fondamentale per gli autori successivi, similmente al suono incantevole di un violino che rimane sopito nella mente di chi ne ascolta la melodia anche molto tempo dopo che è stato udito e, coscientemente o meno, viene rielaborato e influenza la produzione artistica dell'ascoltatore.
Numerosi e noti sono gli scrittori che hanno preso dichiaratamente ispirazione da Lord Dunsany, a partire da coloro che con le loro opere hanno costituito le colonne portanti del fantasy: Tolkien e Ursula K. Le Guin.

Questa magnifica raccolta, edita da Mondadori nella collana Oscar Vault, con una copertina "fantasmagorica", proprio come il titolo, che brilla di vari colori, è un capolavoro. Per la tematica trattata -il folklore irlandese - il logo OscarVault è diventato un piccolo fauno, adattandosi all'opera.
Il volume è arricchito dalle magnifiche e suggestive illustrazioni originali di Sidney Herbert Sime. Nei suoi disegni prendono forma figure leggendarie che sembrano vive ed aiutano a calarsi nell'atmosfera fatata delle storie narrate.

L'edizione racchiude due raccolte di racconti "Il libro delle Meraviglie" e "Demoni, uomini e Dei" e due romanzi "La figlia del re degli elfi" e "La maledizione della veggente."
Questo articolo analizza il romanzo "La figlia del re degli elfi."

Nel paese di Erl, un anziano sovrano è pressato dalle richieste del suo popolo: i sudditi vorrebbero essere infatti governati da un mago.


Con le giubbe di pelle color d’ocra e di scarlatto lunghe fino alle ginocchia, gli uomini di Erl si presentarono davanti al loro maestoso signore dalle bianche chiome, nella grande sala rossa. 
Seduto sul suo trono scolpito, il sovrano prestò orecchio al loro portavoce. 
E l’oratore così parlò: 
«Per settecento anni i capi della vostra stirpe ci hanno guidato bene, e le loro imprese furono cantate da umili menestrelli, rivivendo così nelle loro ballate benché, oh, di così tenue respiro. Però le generazioni passano, e nulla di nuovo v’è di cui si canti.» 
«Che cosa vorreste?» domandò il sovrano. 
«Vorremmo essere governati da un mago.» 
«E così sia. È da cinquecento anni che il mio popolo si esprime a questa maniera, in parlamento, e sarà sempre come il vostro arengo desidera. Avete parlato. Così sia.» 
E alzò la mano e li benedisse e gli uomini di Erl si ritirarono. [...] E il vecchio signore mandò a chiamare il figlio maggiore, comandandogli di comparire alla sua presenza. E in men che non si dica il giovane fu dinanzi a lui, assiso sulla stessa sedia scolpita dalla quale non si era mosso, mentre la luce, entrando a fiotti dalle finestre, dava risalto allo sguardo del vecchio signore, proteso verso il futuro. E in quell’atteggiamento impartì i suoi ordini al figlio. 
«Mettiti in cammino prima che i miei giorni giungano al termine, e perciò prosegui spedito; va’ verso il punto dove sorge il sole, oltre le terre conosciute, finché troverai le lande che riconoscerai per certo come fatate, e varca il loro confine segnato soltanto dal crepuscolo e raggiungi il palazzo di cui si dice soltanto nelle ballate.» 
«È molto lontano...» mormorò il giovane Alveric. 
«Sì, è molto lontano.»
«Sposerai la figlia del re del paese degli Elfi.» 
Al giovane vennero in mente: la bellezza, la corona di ghiaccio e tutte le cose dolcissime che le antiche saghe avevano narrato di lei. Di lei si cantava sulle colline selvagge dove nascevano le fragoline di bosco, al crepuscolo, alla luce delle prime stelle, e chi udiva il canto non scorgeva anima 
viva. A volte era soltanto il suo nome a essere ripetuto, scandito dolcemente, ancora e ancora. Quel nome era Lirazel. Una principessa di stirpe di maghi. Al suo battesimo gli dei avevano inviato le loro ombre, e anche le fate avrebbero voluto intervenire, ma poi si erano spaventate al vedere le immense ombre degli dei passare sulle loro terre rugiadose, e se ne erano rimaste nascoste nei calici dei pallidi anemoni rosa, e standosene in essi avevano benedetto Lirazel. 
«Il mio popolo vuole un mago per sovrano.》


Così il sovrano domanda al figlio Alveric di recarsi nella lontana terra degli elfi, e di sposare la figlia del re, una fanciulla di nome Lirazel.
La sua bellezza è cantata in numerose ballate, e Alveric promette al padre che farà quanto gli è stato richiesto. Porta con sé una spada magica, e si incammina alla ricerca del misterioso confine oltre il quale dovrebbe trovarsi la terra magica degli elfi.
Riesce a raggiungere l'epica terra, un luogo dove ogni colore è più vivido delle pallide tinte terrestri, gli animali e gli alberi parlano e pensano come esseri umani, e concetti mortali quali il tempo e la finitezza sono stati aboliti dall'eternità.
Alveric incontra quasi subito la principessa, la quale incuriosita dalla diversità del principe che proviene dalle terre mortali, si lascia incantare dal suo fascino, per lei esotico, e fugge con lui nel suo regno.
Quando Alvaric fa ritorno nella sua terra, la dilatazione del tempo fra i due mondi ha fatto sì che fossero trascorsi molti anni. Il vecchio re ormai è deceduto, ma tutti sono felici perché il principe ha mantenuto fede alla sua promessa, e sicuramente l'erede avrà sangue elfico nelle vene.
I primi tempi, la vita nel regno di Erl, per Lirazel, esperienza nuova ed affascinante, è piacevole e ricca di scoperte. Ma ben presto si rende conto di essere troppo diversa da Alveric.
Fra i due giovani, sebbene uniti da un legame amoroso, sembra ergersi una barriera invisibile, costituita da una visione della vita completamente differente.




Tra le anime di Alveric e di Lirazel c’era tutta la distanza esistente fra la terra ed Elflandia, e soltanto l’amore faceva da ponte, perché è molto più potente di qualsiasi cosa; tuttavia quando si fermava un attimo su quel ponte e abbassava lo sguardo sull’abisso, Alveric si sentiva stordito e non poteva frenare un brivido. Come sarebbe finito tutto ciò? E temeva che si potesse trattare di qualcosa ancora più strano dell’inizio. 
Dal canto suo, Lirazel non vedeva la necessità di dover conoscere altre cose. Non era bella? Alveric non era forse venuto a prenderla per portarla via da quei luoghi che si estendevano luminosi tutto attorno al castello che può essere descritto soltanto nelle ballate, per strapparla al suo singolare destino e alla sua perpetua tranquillità? Non era già una cosa tanto straordinaria in se stessa? Doveva proprio arrivare a capire tutte le strane cose che la gente faceva? Doveva astenersi dal danzare per la strada, dal conversare con le capre, ridere ai funerali e cantare di notte? Perché? Perché l’allegria doveva essere nascosta e rimanere in silenzio in quella strana terra nella quale era finita? 
Poi, un giorno, si accorse di essere diventata meno bella, proprio come accadeva alle donne di Erl. Si trattava di un cambiamento pressoché insignificante, ma il suo sguardo attentissimo se ne accorse senza possibilità 
di dubbio. E perciò corse in lacrime da Alveric, per essere confortata, perché temeva che il tempo delle terre conosciute avesse il potere di deturpare la sua bellezza che i lunghi secoli di Elflandia non avevano mai intaccato. E Alveric aveva risposto che il tempo, come tutti sanno, deve avere il 
suo corso... e a che serviva lamentarsi?



Lirazel si sforza di andare incontro ai desideri del marito, ma lui spesso fraintende la sua buona volontà, e questo dilata lo scarto fra i due.
La più grande incomprensione, per la fanciulla, è la religione del marito: lei è totalmente lontana dal culto cristiano, mentre per lui non esiste altra religione possibile.
Si aspetta che lei veneri gli oggetti sacri, ma quella devozione strana suscita in lei una forte ilarità. Tuttavia, per compiacere Alveric, si esercita venerando le pietre e le stelle. Quando lui la sorprende, crede invece che sia intenta in uno dei suoi culti pagani, e la rimprovera aspramente.



Perciò uscì nella notte, raggiungendo un ruscello che scorreva poco lontano, e ne tirò fuori alcuni grandi ciottoli che sapeva come trovare, astenendosi dal guardare l’immagine riflessa delle stelle. Quegli stessi sassi che 
nell’acqua brillavano rossicci o color malva, ora apparivano soltanto più 
come masse scure. Però li riprese e li portò sul prato – quei ciottoloni levigati le piacevano – perché in qualche modo le ricordavano quelli di Elflandia. 
Li dispose in fila, uno per significare il candelabro, uno la campana e 
uno la sacra sfera. “Se riesco a venerare questi sassi,” disse a se stessa “riuscirò a venerare 
gli oggetti del Pastore.” Quindi si inginocchiò dinanzi ai pietroni piatti e li pregò come se fossero qualcosa di cristiano. E Alveric, cercandola nella notte incombente, temendo che le fantasie 
potessero trascinarla chissà dove, udì la sua voce sul prato che salmodiava 
preghiere di offerta e di devozione verso i sacri oggetti. Vedendo i quattro grossi ciottoli piatti che stava pregando inginocchiata 
sul prato, le disse che non esisteva modo peggiore per comportarsi da pagana. E lei rispose: «Sto imparando a venerare le cose sacre del Pastore». 
«È un comportamento da pagani.»



Lirazel, ogni giorno, sente più insormontabile la differenza fra lei ed il compagno umano. Inoltre inizia ad avvertire sulle belle spalle lo scorrere del tempo. Il mondo terrestre le sembra sempre più difficile da capire e le risulta ostile.
Il richiamo della natura e del mondo magico la attira continuamente verso la sua terra, alla quale farà ritorno, non riuscendo più a sopportare di vivere in un mondo al quale sente di non appartenere. Neppure il suo bambino Orione saprà trattenerla nel mondo mortale.
Saprà Alveric riportarla a casa?
E riuscirà a trattenere presso di sé almeno il figlio, che sente perennemente le trombe di Elflandia?
Inoltre, quando il confine tra le due terre diventerà labile, come reagirà il popolo di Erl, che per tanti anni ha desiderato la magia, ma se ne troverà praticamente sopraffatto?

Il popolo di Erl ha desiderato la magia, per ragioni di prestigio e lustro, tuttavia, quando il confine fra i due mondi diventa labile e meno definito, respinge la ventata di cambiamento portata dall'elemento magico eccessivo e dinanzi al quale si scopre incapace di reagire. Il comportamento del popolo di Erl rappresenta la reazione dell'uomo, quando ottiene ciò che desidera e si rende conto di non essere all'altezza del desiderio.
Pochissimi esseri umani sono pronti alla magia e all'effetto dirompente che questa può avere sulla vita. Infatti sono pochissimi gli uomini che scelgono di varcare il confine e non tornare indietro, evidentemente disposti ad abbandonare ogni cosa pur di vivere di quell'eterno incanto. Ma gli altri, troppo legati alle umane cose, non possono tollerare la magia, che stravolge ogni piano mortale, ogni progetto concreto.

Alveric e Lirazel rappresentano due opposte visioni. Appartengono a due culture differenti, a due mondi che si contraddicono a vicenda. Il mondo terrestre infatti non è mai raggiunto dalle armonie elfiche, e nel mondo degli elfi sono del tutto ignote le cose unane. I due personaggi sono affascinati dal mondo dell'altro, senza riuscire ad integrarvisi perfettamente. Dopo essersi resi conto di non riuscire a vivere nella quotidianità in un mondo che non capiscono, cercano di far entrare l'altro nel proprio mondo, una soluzione che sembra non trovare una concreta attuazione.
Alvaric e Lirazel costituiscono due antipodi inconciliabili, ed il figlio Orione racchiude in sé questo dualismo, infatti ha un'anima senza pace: appartiene al mondo terrestre ma ode perennemente il richiamo dei corni elfici, e non riesce a sentirsi davvero a casa in nessun luogo.

Con questa metafora fantastica, l'autore sembra suggerire che l'unione tra due persone tanto diverse è possibile solo nel vasto territorio dell'immaginazione, poiché l'amore non è un ponte sufficientemente resistente da non crollare sotto le intemperie delle difficoltà del tempo.

Il romanzo è ambientato in un'epoca sospesa, antica ma sempre attuale, perché eterna. Dunsany cerca, con le proprie parole, di creare per il lettore l'atmosfera e la visione dell'eternità. Il ritmo della storia è lento, la narrazione ha i toni di una fiaba antica, narrata davanti al camino.

L'autore si rivolge, come un cantastorie, direttamente al lettore, instaurando con lui un dialogo deliziosamente metaletterario. L'ironia vagamente amara ricorda Andersen e la spietatezza di certi frammenti rammenta invece i passi più intensi dei fratelli Grimm.
La prosa di Dunsany si caratterizza per una cura estrema nei confronti dei dettagli, specialmente quelli della natura. I movimenti degli animali, come conigli, lepri e volpi, sono descritti con precisione e attenzione tali che sembra di vederli muoversi nell'erba verde, di osservare le eleganti corse dei cervi e le foglie che oscillano nel vento.

Quando descrive la meravigliosa terra elfica, Dunsany usa parole alla portata del linguaggio umano, che si percepiscono incapaci di raggiungere lo scopo, limitate, per stessa ammissione dell'autore, per una descrizione così pretenziosa. Egli tuttavia, nella prefazione, dichiara che non intende scoraggiare il lettore, sommergendolo con uno scenario difficile da immaginare, ma assicura di essere interessato soprattutto alle descrizioni del mondo conosciuto.


Spero che l’idea di qualche esotico paese suggerita dal titolo non scoraggi il lettore; infatti per quanto alcuni capitoli parlino della Terra degli Elfi, la massima parte non riguarda che i campi conosciuti da tutti, i comuni boschi inglesi, una valle e un villaggio qualunque, un buon trenta o trentacinque chilometri dai confini di Elflandia.


Dunsany, vuole descrivere il confine dell'invisibile, facendolo percepire vicino e distante, impalpabile eppure alla portata dell'uomo sognatore.
Infatti, quando Alvaric si reca per la prima volta ad Elflandia, guidato dal fiabesco sogno di sposare la fanciulla dell'altrove, non incontra troppe difficoltà. Invece, quando vi fa ritorno molti anni dopo, per riportare a palazzo Lirazel, mosso dall'egoismo di considerare la fanciulla magica quasi una sua proprietà, il confine diventerà sempre più lontano, nascosto ai suoi occhi resi ciechi perché guidati da sentimenti terreni e meno puri rispetto alla gioventù.




Quando Alveric si rese conto di aver perduto Elflandia, era già sera e aveva camminato per due giorni e due notti, allontanandosi da Erl. E per la seconda volta dormì all’addiaccio su quella pianura dalla quale Elflandia si era ritirata: e al tramonto il limite dell’orizzonte, a oriente, si stagliò chiaro contro il cielo di turchese, nero e cosparso di rocce, senza il minimo 
indizio di Elflandia. E il crepuscolo si distese su tutte le cose, ma era un crepuscolo terrestre e non la densa barriera che Alveric conosceva e cercava e che segnava il confine con la terra incantata. E spuntarono le stelle ed erano quelle conosciute, e Alveric si coricò alla luce delle costellazioni che gli erano familiari. Si svegliò in un’alba senza canto di uccelli e molto fredda, al suono delle antiche voci sempre più fioche, come se lentamente svanissero lontano, come i sogni che si perdono nel loro mondo conchiuso.


Scoprire il finale di questa intrigante fiaba riuscirà a calarvi in una realtà narrativa lontana, fiabesca e sfuggente, dove nascono e vivono in eterno i sogni immortali degli uomini: un mondo al quale si può accedere solo grazie all'immaginazione.

Dunsany insegna che il mondo della fantasia è come Lirazel, una fanciulla di leggendaria bellezza, che dopo averla conosciuta è impossibile da dimenticare.  
Amarla non è sufficiente per possederla, ma bisogna accettarla e vivere nel suo mondo per sempre.





lunedì 29 giugno 2020

Review Party: "Gli strani viaggi di Giulio Verne"

Nella prestigiosa collana “Oscar Draghi” La casa editrice Mondadori ha deciso recentemente di ripubblicare una raccolta di opere significative di Jules Verne, con il titolo "Gli strani viaggi di Giulio Verne".
L’edizione comprende: “Viaggio al centro della terra”, “Ventimila Leghe sotto i mari”, L’isola misteriosa", "Michele Strogoff", "Un inverno tra i ghiacci" e il racconto breve “L’espresso dell’Avvenire”. 
La prefazione è costituita da un saggio di Jules Claretie - uno dei primi critici dell'opera di Jules Verne- tradotto e annotato da Massimo Scorsone, un testo utilissimo per approfondire la figura interessante dell'autore. 


"Jules Verne incarna (…) il romanzesco essenzialmente moderno e contemporaneo. E’ stato lui a risolvere il problema di come ridestare l’interesse per l’avventura in gente che veste giacca e cravatta, paltò e ghette da viaggio.”

Queste le parole usate da Jules Claretie per descrivere lo stile dello scrittore che ha rivoluzionato la narrativa d'avventura, riuscendo anche ad avvincere i lettori meno appassionati. 

Verne, nelle sue opere, ha dato vita a mondi fantastici: si può dire che, con gli occhi della propria immaginazione, si sia spinto in alcuni casi verso territori impensabili, tanto che alcuni lettori, in seguito, avrebbero sospettato fosse in grado persino di scrutare il futuro.
Le avventure narrate da Verne sono ormai radicate nel nostro immaginario, e ci regalano sogni da sempre, quei sogni di cui tutti abbiamo un disperato bisogno.
Claretie sosteneva infatti: 

L’umanità ha sempre bisogno della sua dose di sogni. Ognuno di noi, alla conclusione della sua giornata, il più delle volte uggiosa e mesta, sente la necessità di spalancare una sorta di lucernario sull’infinito. Urrà per quei racconti che ci consolano dalle vicende della quotidianità”

La copertina di questa meravigliosa edizione, curata in ogni dettaglio, è stata realizzata dagli psichedelici artisti del laboratorio Malleus. 
L'interno del volume è arricchito invece dalle illustrazioni originali, splendide tavole a pagina intera dal fascino classico.
Il testo è suddiviso in colonne, i caratteri sono grandi e rendono scorrevole la lettura. 

L’oggetto di questo articolo è l’ultima opera racchiusa in questa bella raccolta, "L’espresso dell’Avvenire" un racconto breve scritto presumibilmente dal figlio Michael Verne, ma attribuito a Jules Verne. 

Nella nota conclusiva del volume vengono spiegate le ragioni del suo inserimento in questa raccolta e il motivo della sua collocazione come fanalino di coda. 

"Abbiamo ritenuto opportuno inserire anch’esso nella nostra raccolta a ragion veduta, giacché la falsa attribuzione, perpetuata e diffusa attraverso la traduzione in inglese di questo brevissimo capriccio speculativo può ben rappresentare emblematicamente non soltanto la metamorfosi dello scrittore francese in una sorta di brand autorale, ma anche il 
trasferimento oltreoceano dei materiali seminali di un sogno tecnologico che a breve avrebbe finito per caratterizzare in maniera determinante un intero sottogenere letterario: quello della fantascienza."

Racconto del 1888, L’espresso dell’Avvenire inizia in medias res. È narrato in prima persona, sulla falsariga della maggioranza dei libri di Jules Verne.

Il protagonista si trova nella stazione silenziosa e deserta di un treno favoloso. Non sa come sia arrivato lì, e si guarda intorno perplesso e incuriosito. Al suo fianco c'è solo un uomo, che si presenta come il colonnello Pierce. 

"Dov’ero? Cos’ero venuto a fare qui? Chi era la mia misteriosa guida? Domande senza risposta. Una lunga camminata nella notte, porte di ferro aperte e richiuse con fragore, scale che scendevano, così mi era parso, nelle profondità della terra... questo era tutto ciò che potevo ricordare. Tuttavia, non avevo tempo per pensare. 
«Per caso, lei si sta chiedendo chi sono?» disse la mia guida. «Colonnello Pierce, al suo servizio. Dove si trova? In America, a Boston... in una stazione.» 
«Una stazione?» 
«Sì, alla fermata di partenza della Boston to Liverpool Pneumatic Tubes Company.» "

Il colonnello descrive al protagonista le meraviglie del suo treno. Ne illustra con orgoglio la particolarità, ossia riuscire ad attraversare l'Atlantico e raggiungere l'Inghilterra. Egli ricorda di aver effettivamente letto un articolo che descriveva questa nuova invenzione, ma non credeva fosse una notizia reale, e di certo non aveva immaginato che lui stesso avrebbe avuto la possibilità di salirvi.

"Non avevo forse letto qualche tempo prima, in un giornale americano, un articolo che descriveva questo straordinario progetto per 
collegare l’Europa al Nuovo Mondo per mezzo di due giganteschi tubi sottomarini? Un inventore sosteneva di aver compiuto l’impresa; e quell’inventore, il colonnello Pierce, adesso si trovava davanti a me.

Il protagonista, in procinto di salire, è vagamente titubante e intimorito da questa novità, gli sembra assurdo credere a quanto vede, ma alla fine deve arrendersi all'evidenza quando scopre che il treno lo ha condotto a destinazione. 

"L’articolo si concludeva facendo un parallelo con la ferrovia, e l’autore elencava con entusiasmo i vantaggi del nuovo e audace sistema. Secondo lui, passando attraverso i tubi, sarebbero state soppresse tutte le vibrazioni, grazie alla superficie interna in acciaio perfettamente levigato; la temperatura sarebbe stata assicurata dalle correnti d’aria, che permettevano di modificare l’apporto di calore a seconda delle stagioni; le tariffe sarebbero state incredibilmente basse per merito dei costi di costruzione e di manodopera assai contenuti, dimenticando o tralasciando tutte le considerazioni sul problema della forza di gravità e dell’inevitabile logorio. Adesso tutto mi era ritornato in mente. 
Così, allora, questa utopia era diventata una realtà, e questi due cilindri di ferro, lì davanti a me, passavano davvero sotto l’Atlantico e raggiungevano la costa dell’Inghilterra! 
Malgrado l’evidenza, non riuscivo a credere che la cosa fosse stata fatta. Non potevo dubitare che i tubi fossero stati posati; ma che gli uomini potessero viaggiare seguendo quel percorso... Mai!"

L’espresso del futuro è un magnifico racconto fantascientifico breve ma intenso,
estremamente descrittivo nella parte tecnica e molto accurato nella spiegazione dei sentimenti di stupore e meraviglia che scuotono l'animo del protagonista. 

Forse “L’espresso" del racconto non è unicamente inteso come un immaginario treno avveniristico (perché descrive un treno che attraversa un tunnel sottomarino, come poi è stato effettivamente realizzato nel tratto di mare della Manica)
ma anche, metaforicamente, come uno strumento che attraversa tutte le epoche: è l’immaginazione. Un treno su cui non tutti hanno il coraggio di salire, ma che permette ai suoi passeggeri di intraprendere viaggi straordinari, vedere terre lontanissime e oceani scintillanti: visitare così gli itininerari sconfinati della fantasia. 
Questo "drago" è un autentico gioiello, in cui il fascino di un'edizione classica si intreccia alla copertina dallo stile moderno. Un'opera che non può mancare nella libreria di ogni appassionato lettore, ed anche perfetta -e sicuramente gradita- come regalo.





lunedì 1 giugno 2020

"Il buio oltre la siepe" di Harper Lee





Il titolo, così particolare e evocativo, racchiude in sé il fulcro dell’intero romanzo.
Si tratta di una traduzione non fedele del titolo originale, ma che sicuramente riesce a rispecchiare, in italiano, egregiamente il senso del romanzo. Nella letteratura italiana la siepe è un elemento che, anche nella mente dei lettori meno appassionati, fa immediato riferimento all’opera poetica Leopardiana. Chi non ricorda “L’infinito”, in cui la siepe rappresenta, secondo le parole dell’autorevole Giorgio Caproni: il filtro attraverso il quale una visione imperfetta della realtà permette alla mente di fingere e creare l’illusione.

In assenza di conoscenza autentica l’uomo, da sempre, costruisce nella sua mente convinzioni prefabbricate, strumenti errati con i quali ha la pretesa di misurare ogni individuo e situazione.

Proprio questo è il perno del romanzo, un intreccio di giudizi e pregiudizi che prendono vita nella fittizia e tranquilla cittadina di Maycomb, in Alabama, nei primi anni Trenta, poco dopo la Grande Depressione.
I protagonisti sono Jean Louise, detta Scout, e Jeremy, detto Jem. I due bambini, che inizialmente hanno sei e dieci anni, trascorrono la propria infanzia piacevolmente fra giochi e recite. Sono incuriositi dal loro vicino di casa, Arthur Radley, un uomo che non esce mai, e si dice sia stato chiuso dentro fin da quando era ragazzo dal padre, per evitargli il riformatorio. Poi però, trascorsi gli anni, non è mai più uscito. I bambini, mentre giocano, spesso lo deridono, chiamandolo “Boo”.
Il loro padre, Atticus Finch, È un avvocato, mestiere che lo impegna molto, egli tuttavia si sforza di essere il più presente possibile per i figli che cresce con l’aiuto della domestica Calpurnia. È un uomo rimasto vedovo che cerca di aiutare i figli come può, con tutta la tenerezza di cui è capace e con la sincerità che lo contraddistingue, sforzandosi di trasmettere loro i valori che ritiene importanti nella vita. Il signor Atticus è un uomo molto speciale. Infatti, di lui:

Il signor Raymond disse: “Signorina Jean Luise, tu forse non sai ancora che tuo padre non è un uomo qualunque.

Atticus, padre della narratrice, è forse il vero protagonista del romanzo, e viene osservato in tutte le sue sfaccettature attraverso gli occhi della figlia. È un uomo di assoluta integrità morale, convinto che valga la pena combattere ogni battaglia giusta, anche se sembra persa in partenza.





Un giorno i due bambini iniziano ad essere presi in giro dai compagni. Comprenderanno presto le ragioni di questa ostilità: il padre sta difendendo un uomo di colore, Tom Robinson, accusato di aver stuprato una ragazza bianca, Maryella. Atticus sa che è innocente, quindi si impegna molto per la sua difesa. Dopo un lungo processo, al quale assistono anche Scout e Jem, Tom Robinson viene dichiarato colpevole. Atticus è convinto però, con la propria arringa, di aver fatto breccia in alcuni membri della giuria, e spera che ricorrendo in appello possa vincere la causa. Ma, mentre è in prigione, Tom Robinson viene ucciso.
Si dice che sia stato assassinato mentre tentava di scappare, invece molto più probabilmente è stato ucciso soltanto perché era un uomo di colore.
Ma a Maycomb qualcosa sembra essere cambiato, il vento di una nuova mentalità soffia fresco fra le strade, e Bob Ewell, padre di Maryella, che dopo la vittoria della causa credeva di apparire agli occhi del paese come una sorta di eroe, non soddisfatto della situazione inizia a perseguitare la vedova di Tom Robinson, e cerca persino di uccidere i figli di Atticus Finch.



Il romanzo di Harper Lee è un’opera di notevole complessità e, nonostante l’importante materia narrata, riesce ad arrivare ai lettori di ogni età, per la grande accessibilità del testo.
Il libro lascia spazio a tante riflessioni interessanti, fra cui anche l’essere e l’apparire. Occasione per meditare sulla questione è l’incontro con Dolphus Raymond, che tutti credono sia un ubriacone, e invece si finge sempre sbronzo per non dover rendere conto agli altri delle proprie azioni.


"Ma perché fa così?"
"Così come?... Ah, vuoi dire perché faccio finta di bere? Bè, è molto semplice," rispose, "a molta gente non piace... il modo in cui vivo. Potrei anche mandarli al diavolo dicendo: me ne infischio se a voi non piace il mio modo di vivere; ma mi limito a infischiarmene senza mandarli al diavolo: capito?"
Dill ed io dicemmo: "Nossignore."
"In altre parole, cerco di dar loro una buona ragione per criticarmi. Vedete, la gente si sente meglio se può attaccarsi a qualche valida scusa. Quando vengo in città, cosa che accade di rado, se mi vedono barcollare e bere da questo sacchetto, possono dire che Dolphus Raymond è ubriaco, e per questo si comporta come... Che se vive come vive è perché non può proprio farne a meno!"
"Ma non è onesto, signor Raymond, fingere d'esser peggio di quel che si è..."
"Non è onesto, ma per la gente va bene. Sia detto tra noi, io non sono un vero bevitore, ma gli altri non potrebbero mai capire che vivo come vivo sol perché così mi piace."
Avevo la sensazione che non dovevo starmene là ad ascoltare quel peccatore, padre di mulatti, che se ne infischiava della gente, ma lo trovavo affascinante. Prima di conoscer lui, non avevo mai visto un uomo che ingannasse gli altri a proprio danno."


Il comportamento dell’uomo, apparentemente incomprensibile, diventa invece facilmente comprensibile se si pensa che egli ha semplicemente accettato l’etichetta che gli è stata cucita addosso dalla piccola società nella quale è inserito, senza cercare di privarsene, pensando così di potersi muovere a piacimento all’interno di quel ruolo.

Quasi nessuno si sforza di capire il prossimo eppure soltanto avvicinandosi a qualcuno e cercando di conoscerlo meglio è possibile scoprire la sua anima.

Quasi tutti son simpatici, Scout, quando si riescono a capire.”

Il buio oltre la siepe è un romanzo potente, intenso, ancora più forte poiché le vicende sono narrate da una bambina che ha negli occhi e nel cuore l’innocenza dell’infanzia, e non comprende molte delle cattiverie di cui diventa testimone inconsapevole.


Assistere alla condanna di Tom Robinson, un innocente, è qualcosa che turba profondamente lei ed il fratello.
Arrecare sofferenza a qualcuno che si trova nell’impossibilità di difendersi è un’azione ignobile, che nel romanzo viene paragonata all’omicidio di un passerotto.
E allora infine si potrà capire il significato del titolo originale: “To kill a mokingbird” letteralmente “assassinare una ghiandaia”, un uccellino molto noto in America ma assente in Italia: da qui l’esigenza di mutare il titolo per una più immediata comprensione del senso dell’opera. Nel testo italiano tutti i riferimenti a questo uccellino vengono mutati con il “passerotto”, ma il senso resta esattamente lo stesso.
Il paragone si basa sull’indole pacifica del piccolo animale che non arreca offesa a nessuna creatura, quindi fargli del male o addirittura “ucciderlo sarebbe un peccato” come dice l'avvocato, rivolgendosi ai suoi bambini.
C'è un parallelismo sempre attuale fra l'uccellino e Tom Robinson, perché egli rappresenta l'individuo indifeso e innocente proprio come il passerotto, che nel mondo degli uomini è spesso vittima di ingiustizie.

Atticus dice che imbrogliare un uomo di colore è dieci volte peggio che imbrogliare un bianco” Mormorai. “Dice che è la peggior cosa che si possa fare.” 

lunedì 6 aprile 2020

"Papà gambalunga" di Jean Webster



"Non sono i più grandi problemi della vita che richiedono carattere. Chiunque può essere all'altezza di una crisi o superare una tragedia devastante con coraggio, ma sopportare i futili guai della giornata con una risata... penso davvero che richieda spirito.
È questo tipo di carattere che svilupperò. 
Fingerò che tutta la vita è solo un gioco che devo giocare il più abilmente e correttamente possibile. Se perdo, farò spallucce e riderò... lo stesso se vinco. 
Comunque, sarò sportiva. Non mi sentirete più lamentarmi, Papà caro, perché Julia indossa calze di seta e i centopiedi cadono dalla parete."


"Un deprimente mercoledì" è il titolo del tema nel quale Jerusha Abbot, detta Judy, racconta, con malcelata amarezza, il giorno più triste della settimana nel suo orfanotrofio, ovvero quello delle adozioni. Infatti è ormai una giovane donna e nessuna famiglia vuole adottarla, così per lei la vita sembra un continuo essere respinta. 
Proprio quel tema viene letto ad un facoltoso sconosciuto che vede in lei una mente brillante ed un grande potenziale e decide di finanziare il proseguimento dei suoi studi. Le fa però una strana richiesta: esige che gli scriva una lettera al mese, nella quale desidera apprendere i suoi progressi nello studio. 
Judy decide di soprannominare l'ignoto benefattore, del quale ha scorto solo la lunga ombra, papà Gambalunga. 
Le lettere che gli scrive sono piene di vita, arricchite dall'ottimismo della propria spumeggiante giovinezza, e non perdono brio né entusiasmo neppure di fronte all'ostinato silenzio del destintario. 
Judy è un personaggio femminile molto forte: è sicura di sé, ha fiducia nelle proprie potenzialità. Pur rendendosi conto che la sua educazione presenta varie lacune, fa di tutto per colmarle, grazie ad una sete di sapere senza eguali. 
Judy saprà conquistarsi l'affetto - e la stima- del suo benefattore il quale, anche senza scriverle, le fa capire che legge le sue lettere e per lui sono importanti. 



"Papà gambalunga", scritto da Jean Webster nel 1912, è un romanzo epistolare a senso unico.
L'edizione che ho ricevuto da Caravaggio Editore, impreziosita dalle illustrazioni originali di Jean Webster, è stata curata da Enrico De Luca. La traduzione è ottima, basata sull'edizione del 1912 confrontata con quella del 1915. Il curatore ha cercato di rispettare il più fedelmente possibile stile e sintassi dell'opera originale. Un'interessante prefazione introduce il testo e le numerose note spiegano le frasi idiomatiche e approfondiscono le opere citate: questa edizione di "Papà Gambalunga" permette al lettore di calarsi totalmente nell'atmosfera dell'epoca, e di godere di una lettura completa dell'opera senza che la traduzione tolga nulla al fascino intramontabile del libro originale.