martedì 28 luglio 2020

Review Party: "Il libro delle meraviglie e altre fantasmagorie" di Lord Dunsany





Vengano, signore e signori che in qualche modo sono stanchi di Londra, vengano con me anche coloro che sono arcistufi del mondo che conosciamo: perché abbiamo nuovi mondi, qui.

Queste le parole usate da Lord Dunsany, rivolte ai lettori in procinto di avventurarsi nelle terre meravigliose descritte nelle sue opere.



Tuttavia egli non usa una narrazione esclusivamente fantastica, ma si tiene sempre saldamente ancorato alla realtà, come evidenzia Massimo Scorsone, autore della prefezione, il quale scrive di Dunsany che:

Può essere forse giudicata un’ovvietà rimarcarlo, ma (...) Lord Dunsany, oltre a ergersi «a campione di un bizzarro universo di fantastica leggiadria» e a votarsi, sul campo di battaglia del sogno, «a una guerra eterna contro la grossolanità e il laidume della concretezza diurna», mantenne (...) relazioni con una realtà per nulla avulsa dalla storia e dall’ambiente in cui era immerso.

Ci sono storie che diventano pilastri fondamentali per gli autori che verranno in seguito. Storie sepolte sotto strati di leggende, che si impongono come fari nella notte, nell'oceano di tutte le avventure immaginarie che saranno narrate successivamente. Quando questo accade, la letteratura diventa immortale, affermandosi come un richiamo fondamentale per gli autori successivi, similmente al suono incantevole di un violino che rimane sopito nella mente di chi ne ascolta la melodia anche molto tempo dopo che è stato udito e, coscientemente o meno, viene rielaborato e influenza la produzione artistica dell'ascoltatore.
Numerosi e noti sono gli scrittori che hanno preso dichiaratamente ispirazione da Lord Dunsany, a partire da coloro che con le loro opere hanno costituito le colonne portanti del fantasy: Tolkien e Ursula K. Le Guin.

Questa magnifica raccolta, edita da Mondadori nella collana Oscar Vault, con una copertina "fantasmagorica", proprio come il titolo, che brilla di vari colori, è un capolavoro. Per la tematica trattata -il folklore irlandese - il logo OscarVault è diventato un piccolo fauno, adattandosi all'opera.
Il volume è arricchito dalle magnifiche e suggestive illustrazioni originali di Sidney Herbert Sime. Nei suoi disegni prendono forma figure leggendarie che sembrano vive ed aiutano a calarsi nell'atmosfera fatata delle storie narrate.

L'edizione racchiude due raccolte di racconti "Il libro delle Meraviglie" e "Demoni, uomini e Dei" e due romanzi "La figlia del re degli elfi" e "La maledizione della veggente."
Questo articolo analizza il romanzo "La figlia del re degli elfi."

Nel paese di Erl, un anziano sovrano è pressato dalle richieste del suo popolo: i sudditi vorrebbero essere infatti governati da un mago.


Con le giubbe di pelle color d’ocra e di scarlatto lunghe fino alle ginocchia, gli uomini di Erl si presentarono davanti al loro maestoso signore dalle bianche chiome, nella grande sala rossa. 
Seduto sul suo trono scolpito, il sovrano prestò orecchio al loro portavoce. 
E l’oratore così parlò: 
«Per settecento anni i capi della vostra stirpe ci hanno guidato bene, e le loro imprese furono cantate da umili menestrelli, rivivendo così nelle loro ballate benché, oh, di così tenue respiro. Però le generazioni passano, e nulla di nuovo v’è di cui si canti.» 
«Che cosa vorreste?» domandò il sovrano. 
«Vorremmo essere governati da un mago.» 
«E così sia. È da cinquecento anni che il mio popolo si esprime a questa maniera, in parlamento, e sarà sempre come il vostro arengo desidera. Avete parlato. Così sia.» 
E alzò la mano e li benedisse e gli uomini di Erl si ritirarono. [...] E il vecchio signore mandò a chiamare il figlio maggiore, comandandogli di comparire alla sua presenza. E in men che non si dica il giovane fu dinanzi a lui, assiso sulla stessa sedia scolpita dalla quale non si era mosso, mentre la luce, entrando a fiotti dalle finestre, dava risalto allo sguardo del vecchio signore, proteso verso il futuro. E in quell’atteggiamento impartì i suoi ordini al figlio. 
«Mettiti in cammino prima che i miei giorni giungano al termine, e perciò prosegui spedito; va’ verso il punto dove sorge il sole, oltre le terre conosciute, finché troverai le lande che riconoscerai per certo come fatate, e varca il loro confine segnato soltanto dal crepuscolo e raggiungi il palazzo di cui si dice soltanto nelle ballate.» 
«È molto lontano...» mormorò il giovane Alveric. 
«Sì, è molto lontano.»
«Sposerai la figlia del re del paese degli Elfi.» 
Al giovane vennero in mente: la bellezza, la corona di ghiaccio e tutte le cose dolcissime che le antiche saghe avevano narrato di lei. Di lei si cantava sulle colline selvagge dove nascevano le fragoline di bosco, al crepuscolo, alla luce delle prime stelle, e chi udiva il canto non scorgeva anima 
viva. A volte era soltanto il suo nome a essere ripetuto, scandito dolcemente, ancora e ancora. Quel nome era Lirazel. Una principessa di stirpe di maghi. Al suo battesimo gli dei avevano inviato le loro ombre, e anche le fate avrebbero voluto intervenire, ma poi si erano spaventate al vedere le immense ombre degli dei passare sulle loro terre rugiadose, e se ne erano rimaste nascoste nei calici dei pallidi anemoni rosa, e standosene in essi avevano benedetto Lirazel. 
«Il mio popolo vuole un mago per sovrano.》


Così il sovrano domanda al figlio Alveric di recarsi nella lontana terra degli elfi, e di sposare la figlia del re, una fanciulla di nome Lirazel.
La sua bellezza è cantata in numerose ballate, e Alveric promette al padre che farà quanto gli è stato richiesto. Porta con sé una spada magica, e si incammina alla ricerca del misterioso confine oltre il quale dovrebbe trovarsi la terra magica degli elfi.
Riesce a raggiungere l'epica terra, un luogo dove ogni colore è più vivido delle pallide tinte terrestri, gli animali e gli alberi parlano e pensano come esseri umani, e concetti mortali quali il tempo e la finitezza sono stati aboliti dall'eternità.
Alveric incontra quasi subito la principessa, la quale incuriosita dalla diversità del principe che proviene dalle terre mortali, si lascia incantare dal suo fascino, per lei esotico, e fugge con lui nel suo regno.
Quando Alvaric fa ritorno nella sua terra, la dilatazione del tempo fra i due mondi ha fatto sì che fossero trascorsi molti anni. Il vecchio re ormai è deceduto, ma tutti sono felici perché il principe ha mantenuto fede alla sua promessa, e sicuramente l'erede avrà sangue elfico nelle vene.
I primi tempi, la vita nel regno di Erl, per Lirazel, esperienza nuova ed affascinante, è piacevole e ricca di scoperte. Ma ben presto si rende conto di essere troppo diversa da Alveric.
Fra i due giovani, sebbene uniti da un legame amoroso, sembra ergersi una barriera invisibile, costituita da una visione della vita completamente differente.




Tra le anime di Alveric e di Lirazel c’era tutta la distanza esistente fra la terra ed Elflandia, e soltanto l’amore faceva da ponte, perché è molto più potente di qualsiasi cosa; tuttavia quando si fermava un attimo su quel ponte e abbassava lo sguardo sull’abisso, Alveric si sentiva stordito e non poteva frenare un brivido. Come sarebbe finito tutto ciò? E temeva che si potesse trattare di qualcosa ancora più strano dell’inizio. 
Dal canto suo, Lirazel non vedeva la necessità di dover conoscere altre cose. Non era bella? Alveric non era forse venuto a prenderla per portarla via da quei luoghi che si estendevano luminosi tutto attorno al castello che può essere descritto soltanto nelle ballate, per strapparla al suo singolare destino e alla sua perpetua tranquillità? Non era già una cosa tanto straordinaria in se stessa? Doveva proprio arrivare a capire tutte le strane cose che la gente faceva? Doveva astenersi dal danzare per la strada, dal conversare con le capre, ridere ai funerali e cantare di notte? Perché? Perché l’allegria doveva essere nascosta e rimanere in silenzio in quella strana terra nella quale era finita? 
Poi, un giorno, si accorse di essere diventata meno bella, proprio come accadeva alle donne di Erl. Si trattava di un cambiamento pressoché insignificante, ma il suo sguardo attentissimo se ne accorse senza possibilità 
di dubbio. E perciò corse in lacrime da Alveric, per essere confortata, perché temeva che il tempo delle terre conosciute avesse il potere di deturpare la sua bellezza che i lunghi secoli di Elflandia non avevano mai intaccato. E Alveric aveva risposto che il tempo, come tutti sanno, deve avere il 
suo corso... e a che serviva lamentarsi?



Lirazel si sforza di andare incontro ai desideri del marito, ma lui spesso fraintende la sua buona volontà, e questo dilata lo scarto fra i due.
La più grande incomprensione, per la fanciulla, è la religione del marito: lei è totalmente lontana dal culto cristiano, mentre per lui non esiste altra religione possibile.
Si aspetta che lei veneri gli oggetti sacri, ma quella devozione strana suscita in lei una forte ilarità. Tuttavia, per compiacere Alveric, si esercita venerando le pietre e le stelle. Quando lui la sorprende, crede invece che sia intenta in uno dei suoi culti pagani, e la rimprovera aspramente.



Perciò uscì nella notte, raggiungendo un ruscello che scorreva poco lontano, e ne tirò fuori alcuni grandi ciottoli che sapeva come trovare, astenendosi dal guardare l’immagine riflessa delle stelle. Quegli stessi sassi che 
nell’acqua brillavano rossicci o color malva, ora apparivano soltanto più 
come masse scure. Però li riprese e li portò sul prato – quei ciottoloni levigati le piacevano – perché in qualche modo le ricordavano quelli di Elflandia. 
Li dispose in fila, uno per significare il candelabro, uno la campana e 
uno la sacra sfera. “Se riesco a venerare questi sassi,” disse a se stessa “riuscirò a venerare 
gli oggetti del Pastore.” Quindi si inginocchiò dinanzi ai pietroni piatti e li pregò come se fossero qualcosa di cristiano. E Alveric, cercandola nella notte incombente, temendo che le fantasie 
potessero trascinarla chissà dove, udì la sua voce sul prato che salmodiava 
preghiere di offerta e di devozione verso i sacri oggetti. Vedendo i quattro grossi ciottoli piatti che stava pregando inginocchiata 
sul prato, le disse che non esisteva modo peggiore per comportarsi da pagana. E lei rispose: «Sto imparando a venerare le cose sacre del Pastore». 
«È un comportamento da pagani.»



Lirazel, ogni giorno, sente più insormontabile la differenza fra lei ed il compagno umano. Inoltre inizia ad avvertire sulle belle spalle lo scorrere del tempo. Il mondo terrestre le sembra sempre più difficile da capire e le risulta ostile.
Il richiamo della natura e del mondo magico la attira continuamente verso la sua terra, alla quale farà ritorno, non riuscendo più a sopportare di vivere in un mondo al quale sente di non appartenere. Neppure il suo bambino Orione saprà trattenerla nel mondo mortale.
Saprà Alveric riportarla a casa?
E riuscirà a trattenere presso di sé almeno il figlio, che sente perennemente le trombe di Elflandia?
Inoltre, quando il confine tra le due terre diventerà labile, come reagirà il popolo di Erl, che per tanti anni ha desiderato la magia, ma se ne troverà praticamente sopraffatto?

Il popolo di Erl ha desiderato la magia, per ragioni di prestigio e lustro, tuttavia, quando il confine fra i due mondi diventa labile e meno definito, respinge la ventata di cambiamento portata dall'elemento magico eccessivo e dinanzi al quale si scopre incapace di reagire. Il comportamento del popolo di Erl rappresenta la reazione dell'uomo, quando ottiene ciò che desidera e si rende conto di non essere all'altezza del desiderio.
Pochissimi esseri umani sono pronti alla magia e all'effetto dirompente che questa può avere sulla vita. Infatti sono pochissimi gli uomini che scelgono di varcare il confine e non tornare indietro, evidentemente disposti ad abbandonare ogni cosa pur di vivere di quell'eterno incanto. Ma gli altri, troppo legati alle umane cose, non possono tollerare la magia, che stravolge ogni piano mortale, ogni progetto concreto.

Alveric e Lirazel rappresentano due opposte visioni. Appartengono a due culture differenti, a due mondi che si contraddicono a vicenda. Il mondo terrestre infatti non è mai raggiunto dalle armonie elfiche, e nel mondo degli elfi sono del tutto ignote le cose unane. I due personaggi sono affascinati dal mondo dell'altro, senza riuscire ad integrarvisi perfettamente. Dopo essersi resi conto di non riuscire a vivere nella quotidianità in un mondo che non capiscono, cercano di far entrare l'altro nel proprio mondo, una soluzione che sembra non trovare una concreta attuazione.
Alvaric e Lirazel costituiscono due antipodi inconciliabili, ed il figlio Orione racchiude in sé questo dualismo, infatti ha un'anima senza pace: appartiene al mondo terrestre ma ode perennemente il richiamo dei corni elfici, e non riesce a sentirsi davvero a casa in nessun luogo.

Con questa metafora fantastica, l'autore sembra suggerire che l'unione tra due persone tanto diverse è possibile solo nel vasto territorio dell'immaginazione, poiché l'amore non è un ponte sufficientemente resistente da non crollare sotto le intemperie delle difficoltà del tempo.

Il romanzo è ambientato in un'epoca sospesa, antica ma sempre attuale, perché eterna. Dunsany cerca, con le proprie parole, di creare per il lettore l'atmosfera e la visione dell'eternità. Il ritmo della storia è lento, la narrazione ha i toni di una fiaba antica, narrata davanti al camino.

L'autore si rivolge, come un cantastorie, direttamente al lettore, instaurando con lui un dialogo deliziosamente metaletterario. L'ironia vagamente amara ricorda Andersen e la spietatezza di certi frammenti rammenta invece i passi più intensi dei fratelli Grimm.
La prosa di Dunsany si caratterizza per una cura estrema nei confronti dei dettagli, specialmente quelli della natura. I movimenti degli animali, come conigli, lepri e volpi, sono descritti con precisione e attenzione tali che sembra di vederli muoversi nell'erba verde, di osservare le eleganti corse dei cervi e le foglie che oscillano nel vento.

Quando descrive la meravigliosa terra elfica, Dunsany usa parole alla portata del linguaggio umano, che si percepiscono incapaci di raggiungere lo scopo, limitate, per stessa ammissione dell'autore, per una descrizione così pretenziosa. Egli tuttavia, nella prefazione, dichiara che non intende scoraggiare il lettore, sommergendolo con uno scenario difficile da immaginare, ma assicura di essere interessato soprattutto alle descrizioni del mondo conosciuto.


Spero che l’idea di qualche esotico paese suggerita dal titolo non scoraggi il lettore; infatti per quanto alcuni capitoli parlino della Terra degli Elfi, la massima parte non riguarda che i campi conosciuti da tutti, i comuni boschi inglesi, una valle e un villaggio qualunque, un buon trenta o trentacinque chilometri dai confini di Elflandia.


Dunsany, vuole descrivere il confine dell'invisibile, facendolo percepire vicino e distante, impalpabile eppure alla portata dell'uomo sognatore.
Infatti, quando Alvaric si reca per la prima volta ad Elflandia, guidato dal fiabesco sogno di sposare la fanciulla dell'altrove, non incontra troppe difficoltà. Invece, quando vi fa ritorno molti anni dopo, per riportare a palazzo Lirazel, mosso dall'egoismo di considerare la fanciulla magica quasi una sua proprietà, il confine diventerà sempre più lontano, nascosto ai suoi occhi resi ciechi perché guidati da sentimenti terreni e meno puri rispetto alla gioventù.




Quando Alveric si rese conto di aver perduto Elflandia, era già sera e aveva camminato per due giorni e due notti, allontanandosi da Erl. E per la seconda volta dormì all’addiaccio su quella pianura dalla quale Elflandia si era ritirata: e al tramonto il limite dell’orizzonte, a oriente, si stagliò chiaro contro il cielo di turchese, nero e cosparso di rocce, senza il minimo 
indizio di Elflandia. E il crepuscolo si distese su tutte le cose, ma era un crepuscolo terrestre e non la densa barriera che Alveric conosceva e cercava e che segnava il confine con la terra incantata. E spuntarono le stelle ed erano quelle conosciute, e Alveric si coricò alla luce delle costellazioni che gli erano familiari. Si svegliò in un’alba senza canto di uccelli e molto fredda, al suono delle antiche voci sempre più fioche, come se lentamente svanissero lontano, come i sogni che si perdono nel loro mondo conchiuso.


Scoprire il finale di questa intrigante fiaba riuscirà a calarvi in una realtà narrativa lontana, fiabesca e sfuggente, dove nascono e vivono in eterno i sogni immortali degli uomini: un mondo al quale si può accedere solo grazie all'immaginazione.

Dunsany insegna che il mondo della fantasia è come Lirazel, una fanciulla di leggendaria bellezza, che dopo averla conosciuta è impossibile da dimenticare.  
Amarla non è sufficiente per possederla, ma bisogna accettarla e vivere nel suo mondo per sempre.





domenica 26 luglio 2020

"Le belve": un horror per ragazzi di Manlio Castagna e Guido Sgardoli


Le belve è un romanzo di Guido Sgardoli e Manlio Castagna, edito da Piemme a maggio 2020.
Gli autori, già noti per aver scritto vari romanzi di successo, presentano al pubblico un'opera horror per ragazzi, scritta a quattro mani.


Una scolaresca di liceali di Ferrara si reca in gita a Tresigallo, all'ex sanatorio Boeri, un luogo tetro che nessuno dei ragazzi avrebbe voglia di visitare.


ll Boeri emergeva dal fiato condensato della terra come un grosso vascello lacerato da una tempesta.
«Benvenuti all’ospedale degli orrori» bisbigliò la ragazza a se stessa. Una battuta di cui si pentì presto.


Proprio durante la visita guidata, si imbattono in tre loschi individui che si fanno chiamare Lince, Poiana e Rospo. Sono rapinatori, rifugiatisi nell'ex sanatorio dopo l'ennesima rapina, che ha fruttato loro un magro bottino.
Quando si accorge della presenza della scolaresca nell'edificio, il capo della disgraziata banda decide di sequestrare gli studenti, sperando di poter ottenere, come riscatto, una discreta somma di denaro.

Neanche il sanatorio stesso sembra gradire gli inattesi visitatori: infatti si ribella alla presenza degli intrusi comportandosi come una creatura viva. Inoltre i presenti sono tormentati da visioni di inquietanti spettri del passato.
In un'oscurità sempre più fitta, si muovono le "belve" che danno il titolo al romanzo: animali assetati di sangue, resi malvagi dalla crudeltà degli uomini.


"Le belve", con la sua prosa magnetica, riesce ad unsinuarsi sotto la pelle del lettore in modo strisciante, narrando una storia inquietante e dalle tinte cupe.

Un' opera che è come un labirinto senza uscita, in cui ogni corridoio diventa sempre più stretto e soffocante, togliendo l'aria passo dopo passo, riga dopo riga.


La conoscenza dei personaggi viene lentamente approfondita, vengono narrati gli aspetti segreti della loro storia passata.
Ogni individuo è la somma di quello che ha vissuto, quindi ciascun personaggio si presenta come un puzzle nel quale l'immagine si ricompone solo alla fine del romanzo, quando si trovano tutti i pezzi.


I protagonisti, che credono di conoscersi, scopriranno di vedere di sé stessi e degli altri solo le maschere che hanno costruito per la propria sopravvivenza. In una situazione di pericolo, lontana dalla quotidianità, ciascuno esterna gli aspetti segreti ed autentici della propria personalità, negativi o positivi che siano.

Giulia [...] si rese conto che non sapeva nulla non solo della Fulci, ma neanche di molti dei suoi compagni di classe. Che tutto era rimasto in superficie in quegli anni. C’era voluto il buco nero di una canna di pistola per guardare più in profondità e per “vedersi” meglio.
“Anche il buio può fare luce” pensò Giulia.

È il caso di Enrico Zerbini, detto Zerby, il quale è orgoglioso della propria aria di ragazzo spavaldo.
Ma nel Boeri si rende conto che, un certo senso, essere "Zerby" è per lui un'armatura, ma anche un ruolo che lo ingabbia, impedendogli di esprimere ciò che sente davvero.


Zerby era spavaldo, simpatico, audace, soprattutto quand’era in coppia con Rambo.
Enrico Zerbini, al contrario, era un ragazzo insicuro, poco disinvolto (qualcuno avrebbe detto sfigato: nonostante quanto millantava, non era mai stato con una ragazza in vita sua), ma quella parte di sé la riservava alla famiglia o a se stesso, e quando usciva si trasformava.
Zerby riusciva a essere quello che Enrico desiderava. Tuttavia non era capace di dimostrare a Lena quanto provava per lei, di oltrepassare quella bolla, solida come un muro.
Avrebbe dovuto alzarsi in piedi e affrontare Lince, quando lui le aveva tirato addosso l’inalatore. Avrebbe dovuto essere seduto al posto di Giulia per confortare Lena, anziché in quell’angolo con i suoi amichetti. Ma Zerby, per quanto audace, non era Spiderman, non era The Mask, non era Toretto. Quando diventava Zerby, si limitava a stupide battute che se attiravano l’attenzione della ragazza era solo per farsi disprezzare. No, lui non era un eroe, o, se lo era, era fatto di cartone.

Lena, la "secchiona" della classe,
solitamente incapace di reagire ai problemi, dovrà trovare dentro di sé la forza per reagire alle difficoltà.

Lena [...] Aveva un solo pensiero in testa: uscire di lì e lasciarsi tutto alle spalle, anche se sapeva perfettamente che dimenticare non sarebbe stato facile. Non era più possibile tapparsi le orecchie e aspettare che tutto passasse. Non sarebbe passato, se non agendo.


Giulia, la protagonista, è una ragazza che, grazie alle sue doti extrasensoriali, riesce a percepire l'oscurità e il pericolo. Approfittando del suo aspetto piacente, si è sempre celata dietro una vita superficiale per non essere additata come stramba, e per sforzarsi di dimenticare o almeno non pensare alla dolorosa morte di una persona a lei estremamente cara, di cui si sente responsabile.


"Mentre la maggior parte dei ragazzi stava cedendo alla disperazione e trascinava i propri pensieri verso immagini di morte, Giulia cercava di dominare le emozioni, di controllarle com'era solita fare in ogni occasione. L'aveva imparato da bambina e l'aveva messo in pratica tutta la vita, anche quel giorno nel garage, davanti a quel corpo senza vita. Era un meccanismo di difesa, uno come tanti. Concentrata com'era avvertì qualcosa che stava accadendo fuori dal magazzino e che tutti gli altri sembravano non cogliere. Un rumore di fondo sotto le parole dei suoi compagni e dei banditi, una specie di lamento e dei cigolii metallici. L'afferrò la sensazione che l'ex ospedale stesse respirando, come se le pareti fossero di carne e il Boeri una creatura viva una creatura.《 Viva e... malefica》 disse la voce della sua coscienza, aspra e impietosa."


Il libro affronta anche l'argomento della religione, con il personaggio di Sam, ragazzo estremamente credente. Il Dio nel quale ha fede è onnipotente e misericordioso, ma i versi che cita sono presi per la maggioranza dai libri dell'antico testamento o L'Apocalisse di San Giovanni, i paragrafi più cupi della Bibbia, parti poco rassicuranti che presentano un dio-giudice grande e terribile, eppure non realmente onnipotente nelle vite degli uomini da impedire loro di commettere - e subire- il male più atroce.


«Prego.»
«Preghi? E da quando sei così religioso?»
«“Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa.” »
«Ma che cazzo dici?»
Il ragazzo sollevò leggermente le palpebre. «Isaia, quarantuno dieci.» Quindi tornò a chiudere gli occhi.
[...]
«Non è così che dice il tuo Dio?» insisteva la ragazza, la voce che si faceva più roca, più forte. «Basterà che tu apra gli occhi e vedrai la ricompensa dei malvagi.»
Un altro pezzo di un salmo, ma non ricordava quale. Temeva che se avesse aperto gli occhi la sua mente sarebbe crollata definitivamente. «Ti prego, no…»
«Quella preghiera… l’invocazione che ti ha messo in ginocchio. Noi la sentiamo ogni volta che ci vengono a prendere per portarci via. Le monache non se ne sono mai andate da questo luogo.» Le parole scorrevano lente, misurate, ma il tono restava un muro riempito di graffi e di sangue, di rancore e sofferenza. «Il passato si accumula qui dentro, Sam, come strati di polvere che il tempo non riesce a spazzare via. Questo posto ha radici malate. Da sempre. Parlo di dolore e rabbia. Hanno impregnato questo luogo, riempito gli spazi fino a trasudare dalle pareti.»


Gli autori hanno dato vita ad un universo claustrofobico nel quale la tenebra si infittisce rapidamente e inesorabilmente, sino ad annegare completamente in un buio palpabile.


La prosa, paratattica e spezzata, interrotta come una lontana trasmissione tradio, fa uso di metafore evocative di un mondo oscuro.
Le parole come serpenti sibilanti, inseguono le sensazioni tentando di descriverle, donando al lettore descrizioni brucianti che riescono a fargli percepire la tenebra che incombe, come un animale feroce. Il sospiro tremante delle belve che attendono l'uomo, acquattate nellombra, metafore degli incubi che sono in agguato ai margini del cervello dell'uomo, perennemente in bilico fra sanità mentale e follia.




Il libro ricorda al lettore che l'unica creatura che va temuta è l'azione crudele e distruttiva dell'uomo, capace di corrompere tutto ciò che sfiora.

La vera belva è l'uomo, perché riesce a generare un male spietato, spesso senza ragione.





venerdì 24 luglio 2020

"I cacciatori di Streghe" di Chiara Vincenzi




"I cacciatori di streghe", edito da Acar edizioni, è il secondo volume della saga fantasy "Strega per metà" di Chiara Vincenzi, seguito de "I ricordi perduti", libro che ho apprezzato moltissimo.
Trovate la recensione del primo volume su Youtube a questo link

È giunta al termine l'estate più bella di Ondine, quella durante la quale ha ritrovato il suo amico d'infanzia Etienne e se ne è innamorata. Ma un susseguirsi di eventi ha distrutto la sua spensieratezza e l'ha condotta alla scoperta di tragiche verità sul suo passato.
L'uomo che ha sempre creduto essere il padre non è il suo genitore biologico, poiché sua madre prima di sposarlo ha avuto una relazione con un imperfetto, ossia un umano. Per molto tempo ha tenuto nascosto questo segreto, perché è severamente proibito per una strega avere rapporti con gli imperfetti.
Dopo la scoperta del suo crimine le streghe hanno punito Charlotte, portandola in un luogo ignoto alla sua famiglia, che la cerca ovunque, ma senza successo.

Non è la sola persona ad essere scomparsa: anche la magister di Ondine, Porry Lane nonché mamma di Julian, il suo ex fidanzato, sembra sparita senza lasciare traccia.
Ondine in realtà sa bene perché Porry Lane è scomparsa: è ormai asservita alla magia nera, e la perseguita da tempo per entrare in possesso di un misterioso diario appartenuto a Charlotte, che sembrerebbe contenere informazioni piuttosto importanti.

L'unico conforto per Ondine sarebbe stato l'amore di Etienne, ma il ragazzo, dopo averla vista compiere una magia ed essersi ritrovato in un alternativo universo fatato, dal quale Ondine lo ha riportato indietro, non ricorda nulla del suo passato, e sembra essersi dimenticato persino del tempo trascorso con lei. Riuscirà Ondine a riconquistarlo e risvegliare in lui il ricordo del loro profondo legame?


A questo punto della storia inzia il secondo libro della saga.
Ondine, ormai segnata dai recenti avvenimenti, è una persona diversa. Porry Lane, con un oscuro incantesimo, ha istillato in lei la magia nera, costringendola a combattere con un lato oscuro particolarmente potente. In alcuni momenti, le sembra persino di non riconoscersi più. Da quando ha salvato Etienne, inoltre, ha scoperto che il ragazzo sembra avere una personalità diversa rispetto a quando lo ha conosciuto. Anche lei, però, dopo le esperienze vissute, si sente molto cambiata. Eppure l'innata affinità elettiva che li lega sembra essere rimasta intatta.
Grazie alla sua vicinanza, Ondine si sente incoraggiata a dare il meglio di sé.
Incontra inoltre il suo padre biologico, un uomo nei confronti del quale prova sentimenti contrastanti: il rancore per essere stato distante tanti anni ed un istintivo ed immediato effetto.
Saprà allacciare i rapporti con lui che per lei è praticamente un estraneo e perdonarlo per i lunghi anni di assenza?
Sarà in grado di sopprimere il fiore di tenebra che Porry ha piantato dentro di lei?



In questo secondo libro ritroviamo Ondine, ragazza maturata in fretta, che ha dovuto affrontare situazioni difficili, quali l'impossibilità di stare vicino alla madre e l'incontro con il padre.
Ondine si ritrova anche a fronteggiare il proprio lato oscuro, che il crudele incantesimo di Porry Lane ha fatto emergere in lei.
L'analisi del dualismo fra bene e male è un argomento portante del romanzo.
C'è un momento, nella vita di ciascuno, in cui si apprende l'esistenza del male, fuori e dentro di sé. Si scopre il potere che la mente possiede, un talento per l'autodistruzione, la sconfinata capacità di perdersi nell'oscurità.
È un momento che coincide, o quantomeno inizia, con la scoperta che il lieto fine non è sempre scontato. Non si trova in tutti i libri, non lo ottengono tutti i personaggi. Nella letteratura come nella vita.
Quando si giunge a questa consapevolezza amara non ci sono che due alternative: la caduta nell'abisso o l'accettazione di camminare sui bordi di un profondo pozzo buio, in bilico e in equilibrio precario.


Una creatura maligna [...] per esempio una strega nera, se volesse realizzare un esercito di demoni cercherà di richiamare al suo cospetto un essere fragile e indifeso, poiché la vittima perfetta da poter manipolare. E se lo scopo finale diviene avere l'egemonia di tutto, le diverrà utile allearsi anche con un imperfetto, assetato ugualmente di potere di supremazia. [...] Quale peggior demone dunque, se non le ombre alimentate in un individuo?


L'autrice analizza profondamente la battaglia interiore di Ondine, in cui è possibile rivedere la guerra di ognuno noi con il proprio personale lato oscuro.
Grazie ad Etienne, Ondine capirà come catalizzare le energie, nel tentativo di sconfiggere le ombre del suo cuore e asservirle alla propria volontà.


Non importa quante e quali ombre ti porterai appresso》 mi disse 《Ma come le custodirai. Non le puoi reprimere, né cancellare, perché loro fanno parte di te. Potrai anche provare a farlo, ma loro torneranno a cercarti. Prenditene cura, Ondine, trasformale! Perché una volta tramutate, esse saranno più potenti di qualunque talismano. Le tue stesse ombre ti aiuteranno e diventare la strega e la guida che desideri essere da sempre》
[...]
Solo così, solo unendo gli opposti, avrei creato la Vera Magia, il Potere che mi avrebbe permesso di lottare e affrontare ogni cosa.


Ondine non resta immobile sul sentiero della vita: riesce a presentarsi al lettore come un personaggio in perenne evoluzione, diventando un modello di grande valenza educativa.


Viaggiare, esplorare nuove terre e nuovi confini; incontrare nuove persone e conoscere altre lingue; aprire la mia mente a nuove frontiere e il mio cuore alla vita. Ecco cosa mi stava semplicemente chiedendo: di vivere, nonostante tutto. Nonostante un amore che non sapevo quale futuro avrebbe avuto.

Anche Etienne è un personaggio interessante: nonostante sia molto cambiato dopo aver perso la memoria, nel profondo è rimasto uguale, fedele a sé stesso e coerente negli affetti e nelle idee.
Testimonia l'importanza delle costanti dell'animo, che quando sono ideali forti resistono alle più spietate correnti della vita.


Come nel romanzo precedente di Chiara Vincenzi, l'amore per la natura permea la narrazione, trasformando il libro in un autentico "inno alla bellezza della natura" all'armonia e al rispetto, sia del prossimo che dell'ambiente.


Mi dica, Madame Mureau, 》 proruppe Monsieur Potieù 《si ricorda qual è il nostro obiettivo? La missione di noi creature magiche verso un imperfetto?》
Sollevai il mento e lo guarai dritto negli occhi.
《Proteggerlo, seguirlo affinché non commetta errori e maltratti la nostra madre terra》 dissi a cuore aperto 《Noi dobbiamo essere per loro una guida perché tutto cambi. Migliori.》
《Il guaio, mia cara》 mi interruppe 《è che non tutti gli Imperfetti ne sono degni... poiché non tutti si lasciano aiutare o, ancora meglio, si dimostrino propensi a farlo. [...] 
《E si guardi intorno! Pensi e manifestanti di poco fa! Il mondo  è in delirio, il clima in subbuglio,  nessuno conosce il vero destino di questo Pianeta!... e il guaio sono i vertici, che non se ne curano affatto, non vogliono migliorare il Mondo!
《Ma sarebbe nel loro interesse farlo!》
Sollevari un brusio generale.
《Purtroppo c'è molto più interesse verso il denaro, che alle persone e all'ambiente.》

Le descrizioni sono ricche, dettagliate e appassionate e riescono a rendere particolarmente efficaci le immagini descritte, evocandole con forza nella mente del lettore.
Attraverso la parola scritta il lettore riesce infatti a percepire l'odore dei fiori di lavanda, a vedere i limpidi cieli azzurri di Laroche, udire l'eco dei passi nei lughi corridoi della scuola di Ondine.

Nonostante il libro superi le quattrocento pagine, si ha l'impressione di concluderlo in un soffio: i romanzi di Chiara Vincenzi sono scritti con una prosa bellissima, tanto scorrevole ed intensa, da risultare sempre brevi, come sogni che svaniscono troppo rapidamente per riuscire a trattenerli.
Sono molto curiosa di leggere il seguito, che sono certa saprà emozionarmi e sorprendermi come questi primi, stupendi capitoli.


Capitolo 6 ~ Dreamless boy


Verso sera, poco dopo che i suoi umani si erano ritirati nelle loro stanze da letto, Reginald era sgattaiolato fuori casa, nella notte, e aveva iniziato a percorrere a passo svelto le strade deserte del paese.
Le sue zampe non facevano rumore sul selciato, ed era molto fiero dei suoi passi silenziosi. 
Così come era fiero del suo pelo fulvo, con quel ciuffo bianco sul petto che gli donava un tocco di indubbia eleganza e delle sue orecchie, né volgarmente grandi, né ridicolmente piccole. 
Era infine orgoglioso della sua coda, soffice e dal pelo lungo, che amava tenere ben dritta, mentre camminava. 
Si fermò davanti ad una pozza di fango. Arricciò il musetto, schizzinoso, e accerchiò lo sporco ostacolo. 
Zampettò velocemente sul ponte e attraversò la piazza. Qualcuno si voltò a guardarlo, ma senza curarsene troppo: un gatto che va da qualche parte è un evento troppo banale per prestarvi attenzione. 
Reginald lo sapeva, ed era un bene che gli umani non lo intralciassero. 
Scorse una serie di gradini, che procedevano in discesa, a destra di un piccolo ponte. Procedette in quella direzione, e giunse alla riva di un fiume, dove l’erbetta era sottile, fresca e bagnata. 
Si sedette molto regalmente, sistemandosi la coda sulle zampette, e si leccò il muso. 
Iniziò a miagolare forte, e poi si mise in attesa. Ma non dovette attendere a lungo. 
-Buonasera, Reginald – 
Reginald voltò la testa, incrociando lo sguardo madreperlaceo di un grosso felino grigio, con la punta della coda nera. 
-Buonasera anche a te, Nicodemo – 
Subito dopo di lui iniziarono ad arrivare altri felini. 
I fratelli Tenebra ed Eclissi, Esmeralda, Diana, e… 
-Gregor – borbottò Reginald. 
-Dov’è? Dove si è cacciato, stavolta? – 
Un gatto grosso e rossiccio arrivò in tutta fretta, arrestandosi di colpo vicino al compagno. 
-Eccomi, eccomi! – 
-Sei il solito ritardatario – sbuffò Diana, scuotendo la testa. 
Lui abbassò le orecchie, a mo’ di scusa. 
-Certo che ne è passato, di tempo, dalla nostra ultima riunione – osservò Nicodemo.
-Già – convenne Reginald – non sono state molte le occasioni per incontrarci, negli ultimi anni – 
-Ma sulla luna era diverso, ricordate? – intervenne Gregor, sognante. 
-Lì stavamo sempre insieme, nel nostro palazzo. Niente e nessuno poteva separare noi, i sette guardiani, i membri del consiglio della luna. Eravamo di fondamentale aiuto per la nostra regina. Ha sempre affidato a noi i compiti più importanti. – 
-Anche questa missione, in effetti, è importante. Ne eravamo consapevoli dall’inizio, ma vivere con gli umani è stato più difficile di quanto ci aspettassimo. – si lagnò la gatta bianca, Esmeralda, lisciandosi la coda, in cui era incastrato un grosso anello d’oro. 
–Non trovate anche voi? – 
-A proposito, Neve, la nostra missione sta per compiersi, avremo ancora bisogno del Cuore di Luna – disse Gregor, alludendo all’anello che la gatta aveva nella coda. 
-Tu non avrai niente da me, Gregor, se mi chiamerai solo un’altra volta con il nome che mi hanno dato i miei umani – 
Gregor ridacchiò. 
-Perdonami, è stato più forte di me – 
Reginald lo incenerì con lo sguardo. Aveva un debole per la bella gatta bianca, anche se non glielo aveva mai confessato apertamente, e forse non ne avrebbe mai trovato il coraggio. 
-A te piacerebbe se ti chiamassimo con il nome che ti hanno dato i tuoi umani? Cioè… Fiocco? – 
Gregor avrebbe voluto scomparire per la vergogna. 
-Gli umani sono ridicoli – disse Diana, intervenendo in sua difesa. 
-Ci trattano in un modo patetico. Come se noi fossimo delle creature inferiori! Credo che la colpa sia dei nostri cugini terrestri: li hanno abituati a trattare la nostra specie in questo modo. I loro costumi si sono notevolmente imbarbariti, lo avete notato? – domandò.
-Purtroppo sì – convenne Nicodemo. – Mangiano cibo freddo in scatola e si rotolano nella terra. Sconcertante. - 
-E’ vero! – convenne Gregor. – Io detesto particolarmente quando cercano di coinvolgermi in stupidi giochi. Con voi hanno mai provato a giocare con… il puntino rosso luminoso? Che strazio. Ci trattano proprio come dei comuni animali! – 
Eclissi sussultò. 
-Non nominatelo, vi prego – sussurrò Tenebra. –Eclissi ha il terrore del pallino rosso luminoso. –
Esmeralda sbatté le ciglia, con un’espressione interrogativa dipinta sul musetto. 
-Si tratta di uno stupido gioco, ma perché ne ha paura? – 
-Gli ricorda gli incubi che fa quando dorme. – spiegò, accarezzando con la zampa la schiena del fratello. 
Tutti tacquero. Sapevano bene che Eclissi era un membro molto particolare del consiglio. Spesso percepiva le cose prima che accadessero, come fugaci visioni, o sogni. A volte sentiva, quasi sulla sua pelle, la minaccia delle ombre. Eclissi era capace di recepire molto, a volte troppo, e ripetuti turbamenti lo avevano sconvolto in maniera definitiva. Spesso non riusciva ad esprimersi, ma il fratello riusciva sempre a comprenderlo.
Ormai, spesso non era presente a sé stesso. Ma era un consigliere valido, forse il più potente fra di loro, per questo nessuno osò fare commenti. 
-Deve essere difficile convivere con Eclissi – commentò Esmeralda, guardando Tenebra con uno sguardo tra il preoccupato e l’ammirato. 
-Farei di tutto per lui. È mio fratello. – Spiegò lui. 
Reginald provò una punta di gelosia nel notare lo sguardo di smeraldo, bellissimo e dolce, che Esmeralda aveva rivolto al gatto nero Tenebra. 
Tossicchiò, per richiamare l’attenzione dei presenti. 
-Compagni – esordì – È terribilmente frustrante vivere fra umani che non comprendono il nostro potenziale, tuttavia non ci siamo riuniti per discutere dei nostri crucci personali, per quanto possa essere piacevole. Ricordate il messaggio che vi ho fatto arrivare, grazie alla telepatia? – 
-Sì – rispose prontamente Esmeralda, gli occhi che le brillavano. –Era breve ma molto chiaro. “Il dormiente si è risvegliato”. – 
Reginald annuì. Lo guardò, piena di curiosità. 
-Quando è successo? – 
-Proprio ieri notte. Vi ho informati subito – 
Eclissi inclinò il capo e guardò suo fratello. Tenebra lo guardò e tradusse per lui. 
-Eclissi dice che lo ha percepito, quella notte stessa. Ha sentito l’energia che si muoveva. Sapeva che ci avresti convocati presto. –
-Ora dobbiamo evocare La regina, dobbiamo dirle tutto. Sarà felice di sapere che il suo erede finalmente è sveglio. – disse Esmeralda, decisa. 
-Quando la evocheremo? – 
-Appena sarà possibile. Durante la prima notte di luna piena, domani notte. Se nessuno di voi ha qualcosa da obiettare, io proporrei di riunirci qui domani, a mezzanotte. – 
Eclissi emise un soffio. Tremava, e guardava Tenebra con aria allarmata ed urgente.
Lui annuì.
-C’è qualcos’altro che Eclissi vorrebbe aggiungere. Si tratta di una cosa molto importante. – 
Tutti si voltarono nella sua direzione. 
-Ti ascoltiamo. – 
Tenebra assunse un’aria mortalmente seria, mentre Eclissi dietro di lui fissava il vuoto. Reginald si preoccupò seriamente per ciò che stava per udire. 
-Eclissi come ben sai ha il potere di percepire le energie. E ha percepito un’energia oscura. Intensa, devastante. Vicino alla casa dove alloggi tu, con il tuo umano. – 
-E cosa può voler dire? – chiese Diana, la gatta tigrata. 
I due fratelli si scambiarono una rapida occhiata.
-Non lo sappiamo. Ma abbiamo pensato fosse il caso di informarvi – 
-Può trattarsi di un umano depresso con pensieri distruttivi – ipotizzò Reginald. 
-Non sarebbe una bella cosa – commentò Diana. 
-No, di certo. Ma non ci riguarderebbe. – 
-Si tratta di un’energia troppo forte. Non può provenire da un essere umano qualsiasi. Non dovresti sottovalutare le percezioni di Eclissi, Reginald. – sussurrò Tenebra. 
-Non è necessario che ti ricordi cosa è successo l’ultima volta che lo hai fatto, vero? – 
Il maestoso felino a pelo lungo si irrigidì. 
L’ultima volta. No, non c’era bisogno che Tenebra gli ricordasse cosa era successo. 
Calò il silenzio nella piccola assemblea. La temperatura sembrò scendere di alcuni gradi.
-Non ho la minima intenzione di farlo. Ma al momento non abbiamo prove per affermare che si tratti di qualcosa di cui dobbiamo preoccuparci. -
-I baffi mi fremono la mattina presto, quando mi sveglio – aggiunse Nicodemo. –In genere non è un buon presentimento. – 
Reginald avvertì un brivido serpeggiargli lungo la schiena, fino alla punta della coda. 
Non sapeva cosa fare. Gli importava poco dei baffi del suo compagno, ma il ricordo dell’ultima volta in cui non aveva dato ascolto alle parole di Eclissi bruciava ancora, dentro di lui. 
-Staremo in allerta, tutti quanti. E ci terremo in contatto telepaticamente – intervenne Esmeralda, cavandolo dall’impaccio. Lui le rivolse uno sguardo grato.
Speriamo che basti, si disse. 

giovedì 16 luglio 2020

Capitolo 5 ~ Dreamless boy



Finalmente era di nuovo notte. 
Alessandro l’aveva attesa con l’impazienza di un bambino che attende il permesso di giocare con un giocattolo nuovo. 
Era ansioso di scoprire se i suoi poteri si fossero manifestati anche quella notte. 
Si distese fra e coperte. Era consapevole di doversi addormentare, ma per l’ansia il sonno sembrava sfuggirgli. 
Finalmente si sentì avvolgere da un calore tenebroso, e quando aprì gli occhi era solo puro spirito, al centro della stanza, ad osservare il proprio corpo che riposava con espressione tranquilla. 
Era successo ancora. 
Dunque era vero, era tutto vero! 
Si guardò attorno. La stanza aveva assunto un aspetto lugubre. Le ombre danzavano e sussurravano, proprio come la prima volta. Ma Alessandro non aveva paura. Quella visione del mondo lo rassicurava, come un velo di tenebra caldo e protettivo. Svelto, varcò la soglia della propria stanza e cominciò a vagare nei corridoi come uno spettro. Cercava il gatto. Aveva molte domande da porgli, ed era curioso di sentirlo parlare anche stavolta. 
Però non lo trovò da nessuna parte. Dopo aver vagato nella casa per un po’, si rese conto che doveva essere uscito. 


Decise che questa volta non sarebbe rimasto a camminare in casa sua, ad osservare i fumi colorati delle emozioni dei suoi genitori, di suo fratello o emessi dal proprio stesso corpo. Voleva uscire. Andare fuori. 
Si avvicinò alla porta di casa, e la varcò come se non ci fosse. 
Invece la porta c’era. Era lui, quello che non c’era. 
In un attimo si ritrovò dall’altra parte, fuori. 
Sicuramente faceva freddo: era una notte d’autunno, la temperatura a quell’ora avrebbe dovuto come minimo farlo rabbrividire, nel suo sottile pigiama. Ma Alessandro non percepiva il gelo. Non percepiva nulla, perché non era presente con il suo corpo, soltanto con lo spirito, e gli spiriti erano indifferenti alle temperature. 
Scese i gradini che dalla porta della sua casa portavano al cancello, poi attraversò anche quello constatando con quanta rapidità e facilità oltrepassava ogni ostacolo. 
Si compiaceva delle sue capacità. Sembrava un sogno, e la sera precedente aveva pensato proprio che lo fosse. Ma ora era sempre più sicuro che fosse reale. 
Si trovò in strada. Tutto era silenzioso. La notte era interrotta solo dalle luci acquose di lampioni gialli e stanchi. 
Il mondo, di notte, sembrava immobile. Dalle finestre delle case fuoriuscivano fumi di vari colori, che si innalzavano nel cielo spinte dal vento. Sembravano nuvole color arcobaleno. 
Il ragazzo sorrise. Era proprio come aveva pensato. Evidentemente quel mondo esisteva anche di giorno, ma solo di notte gli era concesso vederlo. 
Era strano che proprio lui fosse capace di edere qualcosa di tanto speciale. Perché? Non ne aveva idea. Tutto ciò che pensava, guardando quella strada deserta davanti a sé, era “libertà”. Ora era libero.
Quante volte aveva trascorso la notte insonne a guardare fuori dalla finestra le case buie e le strade deserte, impazzendo dal desiderio di correre la fuori e poter andare ovunque desiderasse, senza limiti? 
Si rese conto di aver atteso tutta la vita quel genere di libertà, e di non aver mai davvero sperato di ottenerla davvero, un giorno. 
I suoi pensieri furono interrotti da una musica lugubre e triste. Era come un grido, ma non il grido di un essere umano. Era un urlo sonoro, musicale, come il lamento di un’armonica insieme al pianto di un violino stonato, e allo stridore di un pianoforte rotto. 
Qualcosa, in quella musica, lo respingeva. 
E fu proprio per questo che il ragazzo, invece, desiderò conoscerne l’origine. 
Continuò a camminare lungo la strada, finché non arrivò lì dove la buia musica era più forte. 
Proveniva da un edificio circondato da un’aura nera molto estesa. Sembrava una nuvola di petrolio. I contorni non erano immobili, si muovevano come tentacoli, sembravano tentare disperatamente di acciuffare le stelle, per spegnerle. 
Era qualcosa di terribile da guardare, soprattutto immaginando la proporzione del dolore che poteva generare quella cosa. 
Alessandro si sentiva soddisfatto. Aveva avuto un’intuizione esatta, quel pomeriggio. Anche senza vederla, aveva percepito la presenza dell’aura nera. 
Cominciava a capire la logica dei suoi poteri. Per quanto andassero contro ogni logica, iniziava a comprendere il funzionamento delle sue nuove capacità. 
Si avvicinò alla tenebra, provò ad inserirvi una mano: ci riuscì. 
Quella cosa si poteva oltrepassare.
E Alessandro la oltrepassò, leggero, come se fosse fatto di niente. 
Si ritrovò in una casa. Seguì la strada di tenebra, salì le scale. Intorno a lui, le ombre sussurravano e lo indicavano. Il ragazzo si ritrovò dinanzi ad una porta chiusa. 
Ormai gli era chiaro che le porte non fossero un ostacolo, per lui, perciò era sicuro di poterla attraversare senza problemi. Ma, per la prima volta da quando possedeva quei poteri, lo travolse un senso di disagio devastante. 
Dall’altra parte della porta c’era qualcosa – o, più probabilmente qualcuno – che emanava quell’aura terribile e angosciante, quell’intensa energia oscura. 
Di chi o cosa poteva trattarsi? Doveva averne paura? 
Nulla musica, iniziò a distinguere delle voci. Sussurrate, pronunciate con voce bassissima, e confuse, come se tante bambine si confidassero segreti l’un l’altra, contemporaneamente. 
Toccava a me, non a lei.
Dove sei? 
Perché non mi credete? 
Sei pazza!
Tutti lo dicono! 
Non lo sono! Non lo sono! Non lo sono! 
L’ultima voce era urlata, come se ci fosse qualcuno all’interno della stanza che correva gridando quelle frasi. 
Alessandro decise di entrare. Chiuse gli occhi, si fece coraggio. Ed oltrepassò la porta. 
Si ritrovò in una piccola stanza alquanto spoglia. La luce della luna attraversava il vetro del balcone e illuminava la stanza permettendo ai suoi occhi, ormai abituati al buio, di scorgere con sufficiente nitidezza gli oggetti. 
Una scrivania, una sedia, alcuni scatoloni, un comodino, un letto. 
Il ragazzo non ebbe difficoltà a scoprire che l’energia nera proveniva dal letto, o meglio, dalla persona che vi dormiva.
Alessandro si avvicinò. Era una ragazza. Le ombre la circondavano come petali di un fiore nero ed oscillavano nell’aria tutt’intorno a lei. A tratti, quell’ombra sembrava viva, come un demone informe che non vuole abbandonare la propria preda e le vaga attorno, vegliandola giorno e notte. 
La ragazza era la stessa che aveva visto dietro la finestra, quel pomeriggio, immobile come se fosse stata finta, la stessa ragazza che non aveva risposto al suo saluto. 
Dalla strada non l’aveva potuta osservare bene, vista la distanza. Ma ora che ce l’aveva a pochi centimetri dagli occhi, il viso illuminava dalla luce lunare, poteva osservarne i lineamenti. 
Aveva un volto delicato e ovale, la sua pelle sembrava molto chiara, così come i lunghi capelli che le scivolavano sulle spalle. La luna li faceva risplendere come fili d’argento, ma Alessandro, a causa della scarsa luce, non riusciva a distinguerne il vero colore. Ogni cosa sembrava blu e argento. 
Naturalmente la ragazza dormiva, aveva gli occhi chiusi, e il ragazzo poté ammirare le sue lunghissime ciglia. 
La sua espressione era severa, le labbra tese e le sopracciglia leggermente corrucciate. 
Spinto da un impulso irrefrenabile, Alessandro tese una mano per sfiorarle una guancia. Molto probabilmente le sue dita avrebbero attraversato la sua pelle, lo sapeva, ma voleva provarci ugualmente. 
Avvicinò la mano a lei e i petali dall’ombra che circondavano la ragazza si misero in allarme. Il loro contorcersi si fece frenetico, e quelle strane forme scure si frapposero fra la mano di Alessandro e la ragazza. 
La sua mano sfiorò l’ombra nera ed udì nuovamente le voci, più forti e arrabbiate. 
Vattene! 
Andate via! 
Lasciatemi in pace! 
Via! Via! Via! 
Come scottato, Alessandro ritrasse la mano, e smise di udire le voci. Mentre le udiva, gli era sembrato di non riuscire a respirare, e non voleva udirle ancora, così arretrò. 
Ma le ombre lo seguivano, e lo costrinsero ad arretrare, ad uscire dalla stanza, a scendere le scale, a lasciare quella casa. 
Si ritrovò nel giardino, ampio e ricco di piante, con una grande altalena in ferro battuto nel mezzo. Intorno a sé, udiva tante voci sussurrate, sembravano le piccole voci delle piante. 
Chi è? 
Non lo sappiamo.
Cosa ci fa qui? 
Vuole farci del male? 
Ci strapperà le foglie?
Nel giardino, le ombre scure erano di meno. Solo alcune nuvolette scure, che oscillavano tranquille nell’aria, fra le piante. 
Sembravano meno arrabbiate dell’ombra che lo aveva respinto, così Alessandro si fece coraggio e le sfiorò. 
Questa volta non udì voci arrabbiate, ma un pianto sommesso, triste. 
E una frase ripetuta, come una preghiera.
Io ti sto aspettando. 
La voce era femminile, dolce. Poteva appartenere alla ragazza? Angosciato, diede un ultimo sguardo alla grande casa e decise di lasciare quel luogo. Tornò a camminare nella strada deserta, illuminata dalla luce dei lampioni, e scivolò dentro casa. 
Nell’aria volteggiavano scie di colore blu. Udì la voce di suo padre, che proponeva alla moglie di brindare perché aveva avuto una promozione al lavoro. 
La scia viola, invece, era più triste. 
Tutti i miei fiori sono appassiti! Gemeva. I miei bei fiori… 
Quella era la voce di sua madre. 
Alessandro seguì le scie, e vide che i suoi genitori giacevano nel letto, addormentati. Stavano sognando. 
Pensieroso, il ragazzo si diresse verso il soggiorno, iniziando a camminare avanti e indietro, come faceva sempre quando era tormentato da qualche pensiero. 
Doveva mettere insieme le informazioni che ora sapeva. 
La notte non dormiva, ma il suo spirito era libero di staccarsi dal corpo e udire le voci delle piante e i pensieri delle persone sveglie, udiva frasi spezzate provenienti dai sogni di chi dormiva, se sfiorava le strane scie colorate che emettevano
Quando era uno spirito poteva attraversare le pareti, e nessuno poteva vederlo, né percepirlo. 
Quando si era avvicinato a suo fratello, per esempio, lui non si era accorto della sua presenza. 
Per risvegliarsi, doveva ridistendersi sul suo corpo. Questo glielo aveva insegnato il fatto, e si era rivelato corretto. 
Sempre il gatto, poi, lo aveva definito “dormiente”, e gli aveva detto anche che si era appena risvegliato. 
In effetti, riconobbe che il gatto gli aveva dato l’impressione di conoscere molte cose sul suo conto. Dunque forse lui sarebbe stato in grado di rispondere ad alcune delle sue domande, come per esempio: perché era in grado di fare ciò che faceva? Perché lo aveva scoperto solo ora? ne era sempre stato capace, senza essersene mai accorto prima? 
Cos’altro aveva il potere di fare? Esistevano altre persone come lui? Erano riflessioni interessanti, ma senza frutto. Non portavano a niente. Però il gatto poteva dargli risposte. Lo cercò in tutta la casa. Niente. Non c’era prima che uscisse, ed ora non era ancora tornato. Doveva essere uscito per una passeggiata notturna. Lo avrebbe aspettato.
Rimase ad attenderlo veramente a lungo, ma non arrivò. Alessandro si costrinse a raggiungere il proprio corpo, nella sua stanza. Era addormentato, ed emanava numerose scie. 
Le toccò, ed udì le stesse domande che si era posto poco prima riguardo i suoi poteri, se tali si potevano definire. 
Del resto, erano quelli i suoi pensieri. Che altro si aspettava di udire? 
Guardò il proprio corpo assopito, e ripensò a quella ragazza che dormiva senza pace, circondata dalle ombre. L’angoscia nera che la circondava era talmente forte che, al confronto, le scie emanate dal suo corpo e da quello dei genitori erano veramente di intensità irrisoria. 
Come si poteva vivere con un dolore così grande? 
E quella ragazza era così giovane, probabilmente non era più grande di lui; quale dolore poteva mai portarsi dietro? 

venerdì 10 luglio 2020

"Eliza": un romanzo di Sara Caporilli


"Eliza" è un romanzo di Sara Caporilli, edito da Newton Compton Editori a Novembre 2019. 

Il titolo coincide con il nome della protagonista, e non potrebbe essere diversamente in una storia che si concentra sulla narrazione in prima persona, della vita di Eliza.

Personaggio dall'esistenza travagliata, la giovane Eliza è un'alternativa Raperonzolo che ha trascorso la vita in una torre, inferno personale di isolamento e violenza dal quale fuggire sembra impossibile: un crudele sovrano, Sigismund, il re di Lashcote, la tiene prigioniera sin dall'adolescenza, costringendola ad essere la sua concubina, giorno e notte. Ogni tentativo della giovane di allontanarsi da lui o respingerlo viene represso con terribili torture.
L'incontro con il conte Leonard, uomo dall'animo nobile e gentile, le offre l'insperata occasione di scappare. Il conte la porta in salvo e si prende cura di lei, mostrandole il mondo che le è ignoto, poiché il suo universo era circoscritto a poche stanze della torre, e riservandole il rispetto che la fanciulla non ha mai conosciuto. 

Eliza», chiamò la sua voce.
In un attimo mi destai, spalancando gli occhi.
«Padrone», risposi tirandomi su a sedere. Ma non era stato il mio padrone a chiamare, no, lui non era lì, non accanto a me, ma solo nella mia testa. Chi l’aveva fatto non aveva di certo urlato, al contrario mi aveva chiamata piano, standomi ora davanti, con la mano sulla spalla e il volto contrito.
«Stavate avendo un incubo», disse.
Il suo disagio si mischiò all’umiliazione provata per l’incubo avuto, per l’aver detto ancora quella parola da me tanto odiata, padrone, ricordando a entrambi come avevo vissuto sino ad allora. Era difficile perdere le abitudini di una vita.
Vent’anni di reclusione, pensai, vent’anni."


Già impegnata nella propria battaglia personale per ottenere il riscatto che ha sempre desiderato, Eliza scoprirà anche verità scomode riguardo la propria identità, dovrà fronteggiare una realtà difficile e inattese responsabilità. 

"«Eliza vi ha segregata e torturata!», sbraitò Leonard, ormai senza più alcuna remora. Che fosse dinanzi al suo re o meno, non importava più.
«Credete che non lo sappia?!», risposi alterata, ero io a portarne le cicatrici.
«Vi ha costretta», ribadì spiegandosi meglio.
«Per anni l’ho accettato».
«Vi avrebbe uccisa», disse tra i denti.
«Ed è così che doveva andare,
dovevo oppormi e morire», dissi. Poi guardai il re. «Mi ha già resa sua, un matrimonio lo renderebbe solo evidente», sussurrai, riuscendo soltanto a pensare alle vite umane che avremmo perso e a quelle che avremmo potuto risparmiare.
Il re scosse il capo. «Sono d’accordo con voi, conte. Sono certo, Anna, che l’assetto attuale del nostro esercito possa tenere a bada un’invasione», continuò, ma sapevo che anche lui non ne era davvero convinto.
«Mio signore, non ho paura di lui, non più», dissi mentendo. «La mia protezione non vale una guerra», affermai.
Come poteva la vita di altri valere più della mia?
«Non potete essere seria, volete tornare a supplicare quell’uomo? Non ve lo permetterò!», sbraitò ancora Leonard.
«Per il mio popolo mi inginocchierei e supplicherei chiunque».
Avrei piegato me stessa, se fosse stato necessario."



Il gentile Leonard riesce presto a scalfire le difese di Eliza, conquistandone la fiducia, la stima e infine il cuore.
Il tenero amore di Leonard riuscirà ad aprire un varco nel suo animo e a farle capire che nel mondo non è solo possibile sopravvivere, ma anche vivere e sorridere. Eppure per Eliza sarà difficile vivere il suo sentimento: infatti, anche se contraccambiata, incontrerà numerosi ostacoli nel suo percorso verso una vita serena.



"L’amore dovrebbe essere semplice, conciliarsi a pieno con le vite di chi tocca. Il nostro travaglio non sembrava appartenere all’amore; questo ci aveva ripudiati entrambi, sin dall’inizio."

Eliza trova conforto nell'amore di Leonard ma non la salvezza, che riesce a conquistare con le proprie forze grazie ad un coraggio incrollabile. 

"Una volta pronta feci uscire le mie dame e la balia. Quest’ultima prima di seguirle mi si accostò. Teneva tra le mani un rosario consumato dalle troppe preghiere, le più dette per me. Mi baciò la fronte per poi guardarmi dritta negli occhi e mimare: “Voi sarete forte”.

Eliza e Leonard rappresentano il bene, l'amore che lotta contro ogni ostacolo. Sigismund invece incarna il male assoluto, senza pietà, mai sazio di crudeltà. 
Intorno a questi estremi ruotano personaggi profondamente umani: sarebbe impossibili definirli buoni o cattivi, poiché incarnano tutte le contraddizioni e le sfaccettature dell'animo umano. 
La balia di Eliza, ad esempio, soffre per il destino della ragazza. È sicuramente un personaggio positivo, eppure, soprattutto inizialmente, non ha la forza di schierarsi apertamente contro Sigismund. 
Accursio, forse il personaggio più intrigante del romanzo, amico di Leonard, stima Eliza come persona anche se, a causa di una mentalità antica da cui non è in grado di affrancarsi, non riesce a considerarla una donna rispettabile. 

“…la cercherà fino alla morte”.
Le parole di quell’uomo, di Accursio, si fecero vive tra i miei pensieri. Ciò che aveva affermato con tanta sicurezza era la verità, avrei forse passato una vita a fuggire fin quando uno dei due non sarebbe morto. Stavo illudendo la mia mente con visioni di un futuro inesistente.
“Se solo mi aveste lasciato morire”, pensai con rabbia.
“L’avete condannata”, aveva poi aggiunto Accursio. Ma non lo ero già stata? Tra il mio presente e il mio passato non vedevo alcuna differenza."

Anche se ci sono numerose parti cruente e vari momenti passionali tra i protagonisti l'autrice non diventa mai scurrile o volgare: anzi il linguaggio è molto curato in ogni proposizione, delicato e classicheggiante, ricorda una prosa da romanzo d'altri tempi.

La storia di Eliza, di una donna che si riappropria della dignità perduta, è metafora di ogni donna contemporanea, che deve scoprire la forza per andare avanti dentro di sé, e non negli altri. 


"Ero stata sempre e solo del mio padrone e ora non lo ero più. Forse la situazione sarebbe durata meno di quanto potessi sperare, ma in quegli istanti, mentre attendevo che il sonno si impadronisse del mio corpo, mi sentii di me stessa. Appartenevo solo a me, alla mia volontà."

mercoledì 8 luglio 2020

"La banda del pallone": una graphic novel Tunué


La banda del pallone” è una graphic novel pubblicata da Tunué a Marzo, nella collana “Tipitondi”, sceneggiata da Nebbioso e illustrata da Loris De Marco, che ha anche ideato il logo del titolo. 

È un fumetto per bambini e ragazzi, incentrato, come lascia intuire il titolo, sullo sport e sul lavoro di squadra. 

Il protagonista, un ragazzino di nome Matteo, si è trasferito in un paese più grande, poiché la mamma, che è molto malata, necessita di cure particolari. Vive con la nonna, mentre il padre è in viaggio per lavoro, e neanche lo stesso Matteo sa esattamente dove si trovi. 
Nonostante la difficoltà della sua situazione, conserva uno spirito ottimista. 
Appena arrivato, esplorando il quartiere, individua un campo da calcio, nel quale spera di poter giocare. Purtroppo  è occupato da Isaja, Simon e Galeazzo, tre bulletti che vorrebbero avere la zona solo per sé. Matteo, per niente intimorito dal loro atteggiamento rissoso e intimidatorio, li sfida: non giocherà mai nella loro zona se i tre riusciranno a batterlo in una partita. Ma non può giocare da solo, perciò invita Diomede, un ragazzo seduto su una panchina, che non conosce e si trova lì per caso. I tre sfidanti ridono di lui, perché è robusto e secondo loro non sa giocare. Diomede, imbarazzato, conferma la loro opinione: ha un fisico da rugbista, non crede di essere particolarmente portato per il calcio. 
Matteo però prova un’istintiva simpatia per lui e crede che abbia del potenziale. Inoltre non intende giocare a calcio ma a Fut Rua, uno sport un po’ diverso dal calcio. Non ci sono porte e non è previsto un arbitro. Diomede è entusiasta, e i due ragazzi fanno subito amiciiza. Matteo gli spiega che nel paese in cui abitava prima aveva una squadra, e l'amico suggerisce di coinvolgere altri ragazzi per formarne una nuova. Matteo non osava sperare tanto, ed è felicissimo all’idea di poter giocare ancora. Conosce così la sorella di Diomede e altri ragazzi, i quali, uno dopo l’altro, diventano parte della squadra. Insieme i ragazzi cercheranno di superare differenze, difficoltà ed incomprensioni, nella speranza di ricevere un invito per partecipare al leggendario e segretissimo campionato di Fut Rua. 

Ci riusciranno? E troveranno il nome giusto per la loro squadra, che sembra tanto male assortita? 
Matteo, il protagonista, è un personaggio forte che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà della vita, proponendosi sicuramente come un modello da seguire. 

Diomede va subito d’accordo con Matteo, perché hanno molto in comune. A causa della sua mole viene spesso preso in giro, senza però mai arrabbiarsi: anzi, è il primo a scherzare su sé stesso. 

Artemisia, detta Misia, o Trucioli, sorella di Diomede, è una bella ragazza dal carattere irascibile.Giocare insieme ad altri inizialmente è difficoltoso per lei, poiché è poco abituata al lavoro di squadra, infatti preferisce la scherma, sport solitario nel quale può sentirsi protagonista.

I gemelli Thomas e Hardin, l'uno l'opposto dell'altro, hanno sempre opinioni diversissime su tutto, ma giocando nella stessa squadra devono imparare a coordinarsi sfruttando le abilità di ciascuno.

Vania è l'ultima ad entrare nella squadra. È particolarmente brava e veloce, Matteo la invita a giocare appena vede le sue abilità.
Artemisia inizialmente non è particolarmente entusiasta del suo ingresso nella squadra, perché perde il ruolo di primadonna. 
Con il tempo però le due ragazze imparano ad andare d'accordo.


La presenza di figure femminili rende questo fumetto -incentrato sul calcio uno sport solitamente maschile - adatto anche alle ragazze.
Le tavole riescono a conciliare un Layout classico e molto geometrico con vignette colorate e dinamiche. I personaggi, particolarmente espressivi, riescono a trasmettere in modo immediato le emozioni ai lettori e a coinvolgerli nella storia. 



Il racconto è arricchito da un velo di mistero e magia, elementi sempre piacevoli da riscontrare nelle storie per ragazzi.


La banda del pallone è un fumetto divertente, che fa riflettere sulle inevitabili difficoltà del lavoro di squadra ponendo l’accento sulla bellezza dello stare insieme, riuscendo a instaurare una salda amicizia. 


Unire le forze impegnandosi per il raggiungimento di un obiettivo comune è sempre un’esperienza di maturazione, specialmente per i più giovani. Questa graphic novel piacerà sicuramente ai piccoli lettori, in particolare agli appassionati di sport e probabilmente incoraggerà i meno propensi ad iniziare qualche gioco di squadra e ad avvicinarsi così a questa esperienza importantissima nella vita dei ragazzi.