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lunedì 1 giugno 2020

Dreamless boy~ Capitolo 1


IL RAGAZZO SENZA SOGNI


CAPITOLO 1

Per quanto ne sapeva Alessandro, non aveva mai sognato. 
Secondo Roberto, il suo migliore amico, ciò era semplicemente impossibile. Tutti sognano, e di sicuro lo faceva anche lui, semplicemente non lo ricordava. 
Alessandro sapeva, razionalmente, che l’amico aveva ragione. Ma in cuor suo non era mai riuscito a dare completamente credito a quella teoria perché, se in diciassette anni non aveva ricordato nessun sogno, non poteva essere casuale. 
Semplicemente, durante il sonno il suo cervello si spegneva, come bloccato, per poi riaccendersi al mattino. 
Nel frattempo, le tenebre più assolute regnavano nella sua mente, e svegliandosi aveva la terribile impressione di riemergere dall’oscurità, un buio privo di immagini, da un sonno che non era riposo, ma piuttosto un oblio simile alla morte. 
Da bambino aveva invidiato i suoi amici, che raccontavano affascinanti avventure vissute nel mondo onirico. Aveva l’impressione di perdersi qualcosa di bello, qualcosa di unico, come un videogioco in terza dimensione.
Per anni si era domandato cosa volesse dire vivere, seppure solo per un po’, in una realtà differente, terribile o paradisiaca, creata dalla sua mente. Un mondo dove nulla era impossibile, un luogo meraviglioso o inquietante nel quale ogni pensiero poteva diventare reale. 
Con il passare del tempo, aveva smesso di chiederselo, accettando la propria diversità. 
Ecco perché, anche quella notte, Alessandro aveva spento la luce, si era disteso sotto le coperte e si aspettava di essere avvolto dalla consueta- in fondo confortante- tenebra fino al mattino, certo che neppure quella notte Morfeo lo avrebbe sfiorato con un tocco che per lui era leggenda. 
Ma il destino si diverte a giocare con l’uomo come il gatto con il topo. O, come una misteriosa cartomante, si diletta a rimescolare fra i tarocchi le carte ormai note, per poi estrarne di nuove e cambiare totalmente ogni previsione sul futuro.
Quella notte il destino di Alessandro estrasse le sue carte. 
Infatti, per la prima volta, il ragazzo sognò. 
Intorno a lui era tutto buio. Era chiaramente notte, e lui si trovava in una stanza dove ogni luce era spenta…
Si guardò attorno, rendendosi conto che la stanza buia era proprio la sua! 
Era perplesso. Dov’erano i mondi lontani, gli universi paralleli? 
Forse non era un sogno, forse si era semplicemente svegliato. 
Si voltò verso il suo letto. Non era vuoto. 
-C’è qualcuno che dorme nel mio letto. Un ragazzo… e quel ragazzo… sono io! – esclamò, sorpreso. 
Era assurdo. Dunque, di sicuro stava dormendo. Chi mai, nella realtà, potrebbe guardarsi dormire? 
Bene, proprio come gli avevano detto i suoi amici, stava sperimentando una situazione impossibile da vivere nella realtà. Ecco, ora stava scoprendo anche lui cosa volesse dire sognare.
Ma era normale che si sentisse così consapevole di farlo?
Sentiva la sua mente così vigile, forse persino più sveglia e reattiva di quanto non fosse durante la veglia. 
Si guardò intorno più attentamente. Cercava di scorgere qualche significativo cambiamento nella rappresentazione mentale della propria camera, magari qualcosa di simbolico, ma non ne individuò nessuno. 
La sua camera gli sembrava in tutto e per tutto identica a come la ricordava. Probabilmente, una tale precisione nei dettagli era dovuta alla sua memoria. Sì, non c’era altra spiegazione.
“Forse ora accadrà qualcosa” si disse. E si mise in attesa. Non sapeva cosa aspettava. L’arrivo di qualcuno, un cambiamento di scenario, qualcosa, qualsiasi cosa che movimentasse la situazione.
Ma non accadde nulla. 
Aveva sognato, semplicemente di trovarsi in piedi nella sua camera a guardarsi dormire. Altro che avventure! 
Eppure percepiva che non era tutto uguale, qualcosa, nell’atmosfera, doveva essere diverso, ne era certo. 
Cercò di capire a cosa fosse dovuta quella sensazione, e dopo qualche istante se ne rese conto con perfetta lucidità. 
In quella stanza buia, le rassicuranti forme a cui era abituato erano spaventose, tetre, oscillavano come mostri silenziosi. Sì, proprio così: le ombre si muovevano, danzavano in modo macabro sul pavimento e lungo le pareti, ed iniziò anche ad udire voci sibilanti, indistinte, ed agghiaccianti sussurri. 
Nell’aria fluttuavano strane forme colorate, simili a lunghi nastri evanescenti. Anch’essi, come le ombre, oscillavano. 
Nella sua stanza ce n’erano vari, di un cupo color rosso scuro. 
Con lo sguardo ne seguì la forma sinuosa, cercando di capire da dove provenissero. 
Con stupore si rese conto che provenivano dalle sue labbra, che nel sonno erano semichiuse. 
Sollevò una mano, ed istintivamente allungò le dita verso quella flebile luce fluttuante.
Era calda. 
“Curioso” sussurrò una voce “sto sognando, sto sognando davvero.”
Un momento! Ma questi… 
“Non era mai accaduto, prima! Ma è davvero un sogno? Sembra tutto così strano e confuso…” 
-Questi sono i miei stessi pensieri! – esclamò, sorpreso. Quelle frasi gli si erano riversate nella mente, tutti insieme, come se tante copie di sé stesso parlassero nella sua testa contemporaneamente. 
Allontanò la mano, e le voci sparirono. Le sue dita, però, continuarono per un po’ a splendere del bagliore rossastro che aveva sfiorato. 
Meravigliato, osservò le punte delle sue dita. Le strofinò, ma la luce non scomparve. 
D’improvviso una strana malinconia, una profonda angoscia lo avvolse, prendendo possesso delle sue membra. 
Provò una sensazione di sofferenza acuta e terribile, come se non fosse mai stato felice in tutta la vita, o come se non potesse esserlo mai più. 
Aveva voglia di piangere, e lo avrebbe fatto davvero, se non avesse pensato razionalmente che non c’era nessuna ragione per cui dovesse sentirsi tanto infelice. 
Tuttavia, doveva esserci una spiegazione per quei sentimenti cupi e tristi.
Si accorse che il suo piede sfiorava una scia di fumo grigio. 
Proveniva dall’alto, dal piano superiore della casa. Si chinò per sfiorarlo.
“Non è giusto. Che cosa ho fatto? Mai sono stato tanto umiliato… perché? Perché adesso? Perché così?” 
Era la voce di suo fratello Nicola. Aveva venticinque anni e lavorava a Londra, ma quella settimana era a casa in vacanza, sarebbe partito il mattino seguente. 
Turbato, Alessandro seguì la scia su per le scale. Si fermò dinanzi alla porta chiusa di suo fratello. Come avrebbe fatto a spingerla e ad entrare? 
Tuttavia, il fumo grigio passava attraverso la porta e sembrava chiamarlo. Così il ragazzo, rispondendo ad impulsi a lui stesso ignoti, allungò la mano destra verso la porta. 
Al suo contatto, questa si fece trasparente e scomparve, permettendogli di passarvi attraverso. 
“Sono come il fantasma di un film dell’orrore” pensò Alessandro, non senza provare una certa eccitazione. 
Ora che si trovava nella stanza del fratello, poteva vedere che non dormiva. La lampada era accesa, e lui era lungo disteso sul suo letto, i bei ricci castani sparpagliati come foglie secche d’autunno, sul viso l’espressione di chi ha perso tutto. Dalle sue labbra e dal tutto il suo corpo si disperdeva nell’aria un’aura grigia che grondava di tristezza, e che si spargeva in ogni direzione, contagiando tutto quel che toccava. 
Cercando di evitare le forme grigie che si dispiegavano nell’aria simile a nubi temporalesche, il ragazzo si avvicinò al letto di suo fratello. 
Stava guardando lo schermo del cellulare, anche se era tardi qualcuno gli aveva appena inviato un messaggio, gettandolo nel più profondo sconforto. 
Alessandro provò a richiamare la sua attenzione, ma era come se fosse invisibile. 
“E’ un sogno sempre più strano” pensò, e inclinò la testa per leggere il messaggio. 
Proveniva da “angelo mio”, il nome con cui suo fratello aveva salvato il nome della fidanzata, Luisa. Era italiana. Si erano fidanzati all’età di ventidue anni, ma nell’ultimo anno i rapporti fra di loro si erano incrinati, e lei minacciava di lasciarlo circa ogni due mesi, soprattutto da quando lui si era dovuto trasferire all’estero, sei mesi prima. 
A giudicare dal messaggio, lei minacciava di lasciarlo di nuovo. E suo fratello era depresso per questa ragione, continuava a fissare lo schermo del cellulare con aria triste ed angosciata. 
Lo vide gettare il cellulare dall’altra parte del letto e sprofondare il viso nel cuscino. Le ombre grigie sussurravano in maniera cupa.
“La odio, come può farmi questo? Accusarmi che io non tenga a lei? Non mi capisce... No, non è vero che la odio, magari potessi odiarla, mi fa stare così male… vorrei solo che si rendesse conto di quanto mi fa soffrire, quanto!” 
Di nuovo, Alessandro si sentì contagiato dallo sconforto del fratello, emozione di cui l’aria era satura. 
Doveva andarsene, decise, e uscì dalla stanza. 
Scese i gradini lentamente, seguendo di tanto in tanto con la coda dell’occhio le ombre che sfrecciavano sui muri. Erano le ombre degli oggetti. Nel buio si muovevano, cercando di evitare le forme fluttuanti e colorate, e lui le percepiva. 
Alcune sussurravano, come creature vive, e il loro suono era simile al sibilo di un gruppo di serpenti. 
Ma Alessandro non aveva paura. 
Era tranquillo, come se avesse atteso tutta la vita per quell’unico istante, per quella meravigliosa notte solitaria. Non sapeva per quale ragione si sentisse talmente rilassato. 
“Forse perché so che è solo un sogno, e i sogni non sono reali” si disse. Soddisfatto della spiegazione che si era dato, continuò a vagare per la casa. Giunse in salotto e vide il grosso gatto rosso di casa, Tibert, muoversi verso di lui. 
Aveva un corpo, ma si muoveva silenziosamente come se, come Alessandro, non lo avesse. 
Il gatto si fermò e lo guardò, con i suoi occhi d’oro simili a scintillanti frammenti di madreperla. 
Che strano, pensò Alessandro. Il felino guardava proprio come se potesse vederlo. 
E poi, con stupore ancora maggiore, gli parlò. 
-Era da tanto che attendevo questo momento, umano – esclamò, drizzando le orecchie. 
Alessandro rimase pietrificato. 
-Che cosa vuol dire? E perché mi stai parlando? Come sei capace di parlare la mia lingua, Tibert? – 
Il felino parve annoiato. –Io, parlare la lingua degli uomini? Niente affatto! La comprendo, naturalmente. Ma non mi abbasso certamente a parlarla. Sei tu a capire la mia lingua, essere umano. L’hai sempre conosciuta. Se lo desideri, conosci tutte le lingue. – 
Il ragazzo era sempre più confuso. Voleva fare altre domande, ma poi si mise a ridere. 
-Ah, sono proprio uno sciocco, vero? Mi stavo comportando come se tutto questo fosse reale. Eppure mi avevano messo in guardia, i miei amici, dicendomi che nei sogni possono accadere le cose più strane! – 
Disse, rassicurandosi. 
Il gatto, sempre fermo ed immobile, lo guardò come se lo stupido fosse lui. 
-Voi umani siete davvero ottusi– commentò, con aria di superiorità, rivolto più a sé stesso che al ragazzo.
-Come potete essere ciechi persino dinanzi a ciò che avete sotto gli occhi? Non sei più un dormiente, ma non ti sei neanche svegliato del tutto, è evidente. Non puoi ancora capire. E non puoi ancora credere. – 
Alessandro, per qualche ragione, s’inquietò per quelle parole. 
-Non ti capisco. – 
-E cosa vuoi che m’importi? Non è mio dovere spiegarti. Non rientra nelle mie competenze, e non ne ho neppure voglia. – aggiunse bruscamente il felino. 
-Tanto non m’interessa – fece Alessandro, per tutta risposta – Tu non sei reale. Nulla di tutto questo lo è. Quando mi sveglierò, sarà tutto finito. – 
-Sei uno sciocco! – constatò il gatto, stizzito. 
-Onestamente, speravo che Lunaria avesse scelto un erede migliore di te. Ad ogni modo, per svegliarti, devi distenderti di nuovo sul tuo corpo. – 
-Ma, Tibert, nessuno mi ha mai detto… - 
-Te lo dico io! – sbottò il felino, con il tono di chi è abituato a non essere un sottoposto. 
-Non ti credo- il ragazzo incrociò le braccia sul petto, come un bambino capriccioso che si rifiuta di scendere dalle giostre. Il felino si allontanò, lentamente. 
-Dovrai farlo per forza. E’ il solo modo, e te ne accorgerai da te. A proposito, smetti di chiamarmi Tibert. Il mio vero nome è Reginald. –
Il gatto lo lasciò e lui rimase solo, fra le ombre sibilanti, avvolto dalle tenebre. 
Ormai solo, ripassò mentalmente quanto gli era accaduto dall’inizio del primo sogno della sua vita. 
Aveva visto sé stesso dormire, avevo ascoltato le ombre, aveva seguito dei nastri colorati emessi dalle labbra e dal corpo delle persone, aveva parlato con un gatto. Cosa poteva accadere, ancora? 
Oh, lo sapeva bene: poteva accadere che il gatto avesse ragione. 
Era possibile? Era davvero possibile che Reginald, il tranquillo e sornione gatto di casa, gli avesse appena parlato, come un essere umano? 
Si rimproverò. Lo stava facendo di nuovo! Doveva tenere bene a mente che nulla di ciò era reale. Era solo un sogno. Strano, particolare, ma nulla di più. 
Solo un sogno… 
Ne era proprio sicuro?
Si aggirò ancora un po’ senza meta nei corridoi bui della sua casa, camminandovi come se fosse la prima volta. Ogni cosa era spaventosa ma affascinante. 
Tornò nella sua stanza. Il suo sé stesso dormiva. Si avvicinò alla finestra. E rimase senza fiato. 
Una miriade di sfere luminose splendevano nell’aria come stelle, ma non erano stelle, e pulsavano come cuori bianchi, in mezzo alle scie di vari colori, uguali a quelle già viste in casa sua. 
Che meraviglia, pensò. E, subito dopo, si chiese perché tutto ciò che vedeva gli sembrasse così reale, così… vero. 
E se lo fosse? E se davvero solo tu potessi vedere tutto questo, e parlare con gli animali? 
Non pensarci. È un sogno. Ti sveglierai e tutto scomparirà, forse, non ricorderai nulla di tutto questo… 
Voltò il capo. Il suo sé stesso dormiva. 
Si avvicinò lentamente.
Voleva farlo davvero? Stava davvero per seguire il consiglio che un gatto gli aveva dato in un sogno? 
Ridicolo. Ma, tra l’altro, era un sogno, che male c’era? Forse, ogni sogno aveva le sue regole, e lui doveva rispettarle. 
Salì sul letto, si distese, perfettamente sul suo corpo e chiuse gli occhi, mentre nelle sue orecchie le ombre sibilavano: “il dormiente si sta risvegliando”. 
Alessandro spalancò gli occhi nelle tenebre, alzandosi a sedere sul letto. Si guardò attorno. La sua stanza era normale. Ogni ombra era immobile. Non si udiva neppure un sussurro. 
L’aria era priva di nastri colorati. 
Si alzò e avanzò sul pavimento. Era freddo e i suoi passi erano rumorosi e pesanti, umani. Era stato così piacevoli sentirsi leggero come l’aria, nel sogno! 
Si avvicinò alla finestra, scostò la tenda. 
Nessuna luce bianca. 
Quelle piccole stelle erano, dunque, mera invenzione della propria mente. 
È tutto falso. Era davvero soltanto un sogno. 
Il ragazzo provò una sensazione strana, si sentì come un bambino deluso, che all’apertura di un regalo scopre di non aver ricevuto il dono desiderato, come se quel modo di vedere gli appartenesse da sempre, come se lui fosse nato per vedere la realtà sotto 
Se ne tornò a letto. Aveva sperato di non ricordare, invece ricordava e ciò che aveva perso gli mancava. 
Per un attimo, aveva creduto davvero di essere diverso.
E invece era come tutti gli altri. Aveva sognato un’illusione che al mattino si era disciolta come neve al sole, come una promessa infranta, come una bugia. Che stupido!
Ma era stato così reale… sembrava così reale… 
Si avvolse su sé stesso, sforzandosi di dormire, ma non ci riuscì più. Rimase sveglio, sino al mattino. 
Quando scese per far colazione, suo fratello aveva un’aria depressa. Continuava a fissare il piatto dei cereali con sguardo vitreo, in attesa di un latitante appetito. 
-Che succede, Nicola? – gli chiese Alessandro, mettendogli premurosamente una mano sulla spalla. Il ragazzo trasse dalla tasca il cellulare, digitò qualcosa sullo schermo sensibile al tocco, poi glielo passò. 
-Leggi – disse, burbero. 
E Alessandro lesse. Per un attimo, avvertì un stretta allo stomaco.
Sullo schermo del cellulare di Nicola c’era lo stesso messaggio che aveva letto quella notte, in sogno. 
Come poteva trattarsi di un caso?
Persino le parole erano le stesse.

martedì 26 maggio 2020

Dreamless Boy ~ Prologo


PROLOGO





Natalia, con le narici invase dall'odore pungente della salsedine, osservava l’immensa distesa d’acqua ai suoi piedi. Ne percepiva il movimento, come un eterno, regolare respiro. 
Il fragore delle onde era l’unico suono che udiva, e in esso si perse, come se ogni altra cosa fosse stata spazzata via dalla forza dell’acqua. 
Stava osservando qualcosa di immortale, che c’era stato prima, e ci sarebbe stato anche dopo, e per sempre. Quella constatazione avrebbe dovuto essere per lei una certezza, invece le diede le vertigini. 
Ma che importava, ormai? 
Non aveva nessun senso preoccuparsi del mare, o delle cose eterne, né di qualsiasi cosa effimera e transitoria; non aveva più nessun senso preoccuparsi di nulla, dal momento che la sua vita stava per volgere al termine. 
Solo un passo. Poi una caduta, e ogni cosa sarebbe finita. Possibile che sarebbe stato così breve? Così terribilmente breve? E così definitivo? 
Tutta la sua vita si sarebbe spenta, inghiottita dal mare. 
Guardava quella distesa d’acqua con paura, ma non con odio.
Non era il mare ad essere cattivo. Semplicemente, quello era il suo destino. 
Il mare non era né buono né cattivo. Era solo potente, e gridava la sua potenza contro le rocce della scogliera.
Le lacrime rigavano il pallido viso della ragazza.
Lacrime trasparenti come i suoi occhi, lacrime trasparenti come il mare. 
La totale assenza di colore era ciò che l’aveva sempre contraddistinta, il bianco era ciò che aveva riempito la sua vita. Proprio per questo, sin da quando era nata, aveva odiato quel colore.
Lo considerava il colore del niente, il gelo della neve che cade dal cielo in inverno. Quel bianco aveva reso freddo anche il suo stesso cuore. 
Bianco, il colore delle nuvole, della neve, del ghiaccio, dei soffioni. 
Quando si guardava allo specchio non vedeva una persona, ma una fata bianca, dagli occhi trasparenti. 
Nessuno era come lei. E tutti l’avevano guardata come se fosse strana. Sguardi che aveva odiato con tutto il cuore. 
Guardò il cielo, che in quel momento era livido, di un grigio tendente al bianco, privo di colore, e si sentì circondata da tutto ciò che aveva sempre detestato. 
Era la fine perfetta.
Rimpiango qualcosa? Si chiese.
Desiderava tanto rispondersi di no, che non c’era nessun appiglio che la tenesse attaccata alla vita, che gettarsi nel vuoto non le avrebbe dato nessun dolore. Ma ammettendo una cosa del genere avrebbe mentito a sé stessa. 
C’era una ragione che la teneva aggrappata a quel lembo di terra fragile sotto i suoi piedi, qualcosa  che la tratteneva dal saltare giù dalla scogliera. Aveva quella ragione sulle labbra, un nome, e se lo sussurrava per darsi forza. Era anche per lui che quel gesto andava fatto. Se non altro era stata felice, seppure per un tempo estremamente breve. Quella piccola, minuscola felicità avrebbe dovuto bastarle, prima di morire. 
Sollevò il capo, fiera.
Gli occhi trasparenti erano già vuoti, perché guardavano in faccia la gelida morte. 
Stava per muovere un altro passo, vicino a quello che le sarebbe stato fatale, quando una voce alle sue spalle, una voce forte, decisa, la chiamò indietro.
-Natalia, no! Non lo fare! – 
Quella voce la paralizzò, costringendola a voltarsi e mandò in frantumi ogni sua certezza, come un vaso di vetro. 
-Alex- sussurrò, a fior di labbra, ripetendo quel nome che tanto amava. 
-Alessandro. – 
-Natalia! – ripeté lui. Aveva corso su per la collina senza mai fermarsi, ed ora aveva il fiato corto. Ma la sua voce non era rotta per la fatica, piuttosto per la paura. 
Guardava la ragazza davanti a lui, vestita di bianco, con una collana di perle e una corona di candidi fiori intrecciata sul capo. 
Si fermò ad una certa distanza da lei, come se temesse che, avvicinandosi, l’avrebbe spinta a saltare. 
Natalia era bellissima, e nei suoi occhi scintillava la luce più bella del mondo, la luce di chi adora la vita, quella stessa luce che aveva amato sin da quando l’aveva vista per la prima volta.
Ma era terribilmente decisa a saltare, lo avrebbe fatto proprio per amore, e quella risolutezza spaventosa lo terrorizzava. 
Il pensiero di perderla gli toglieva il fiato. 
Si fissarono, a circa dieci passi di distanza l’uno dall’altra. Erano inquieti come se fosse l’ultima volta che si incontravano, tesi come se fosse la prima. 
-Sei venuto. Mi hai trovata. – constatò Natalia. –Hai percorso tutta quella strada... per venirmi a cercare – esclamò, meravigliata e confusa. 
-Perché lo hai fatto? – gli chiese, seria. Il vestito le volava intorno alle caviglie bianche, sottili, e i capelli fluttuavano intorno al suo viso. 
-Per fermarti. – 
-Sai bene che non puoi. Io devo farlo... devo saltare, capisci? Io devo morire. Altrimenti tutti saranno in pericolo per causa mia, persino tu. Soprattutto tu. Ed io… non potrei farci niente. Non potrei impedirlo in nessun modo… – 
Alessandro si stupì nell’udirla parlare in quel modo. Aveva un tono di voce calmo e deciso, come se si fosse rassegnata a morire. E lo guardava con struggente nostalgia, come se lo avesse già perduto.
Ma non era possibile! Una parte di lei doveva rendersi conto che quella era una scelta sbagliata, assurda, una parte di lei doveva ribellarsi a quella sconcertante freddezza! 
-Natalia – esordì, fissandola negli occhi – tu non capisci. Se agisci in questo modo, farai la cosa sbagliata… farai esattamente ciò che desiderano i nostri nemici… Ceirra ti ha condotto a questo! È stata lei a costringerti! È stata lei! – 
-Ceirra non mi ha costretta a fare niente – lo corresse Natalia. –Sono stata io a decidere di farlo. – la sua voce però non era più piatta e distante, ma tremava.
Ah, Alessandro! Perché non capiva che la sua presenza rendeva più difficile quello che purtroppo era inevitabile? Se lui non fosse giunto, lei a quell’ora sarebbe stata già senza respiro, immobile,  in fondo al mare… 
Si asciugò il viso con il dorso della mano, lo guardò. Si perse nei suoi occhi verdi, nelle onde dei capelli lunghi e biondi come il miele, la pelle chiara baciata dal sole. 
Così pieno di colori. I colori che lei non aveva mai avuto, che però era riuscita a sfiorare. 
“Se lo guardo anche solo per un altro istante non riuscirò più a fare ciò che devo” pensò. Dunque si voltò, e mosse un  passo verso la scogliera, poi un secondo. L’ultimo le sarebbe stato fatale. 
Alessandro sentì che il cuore gli si fermava nel petto. Ebbe la sensazione di trovarsi sott’acqua, travolto da un’onda, intento a nuotare verso l’alto per guadagnare ossigeno, terrorizzato dall’incertezza di non salvarsi, di non vedere mai più il cielo, mai più il sole, di morire nelle viscere gelide del mare. 
No. 
Natalia per lui era tutto ciò che significavano l’ossigeno ed il Sole per qualsiasi essere umano, anzi, era di più, perché il pensiero della sua assenza in quel momento gli parve peggiore della morte. 
-Ceirra ti ha indotta a pensare che compiere questo gesto fosse l’unica soluzione, ma non è così! Stai facendo esattamente quello che vuole lei, non lo capisci? – 
Il suo tono conteneva un senso d’urgenza che non riusciva a nascondere. 
-Natalia, Natalia, pensaci! Non è questo che devi fare! Tu… - 
-Io devo almeno provarci! – gridò lei stringendo i pugni, perdendo definitivamente i nervi saldi che aveva conservato sino a quell’istante. 
-Devo farlo, è l’unica cosa che posso fare! E ci devo provare! – 
Alessandro gridò. –Natalia! Ti prego! E’ tutto sbagliato! Dopo quel salto, tu sarai nelle sue mani per sempre! Ti sarai condannata! –
-Forse – ammise lei. –Ma se c’è una possibilità, una sola, che questo gesto possa chiudere davvero questo storia, allora non ho alternative per... -
-Vuoi la verità? Non mi interessa! Nulla di tutto questo mi importa, in realtà! L’unica cosa che voglio è che tu resti viva! – 
-Sei un pazzo! Se resto viva metterò in pericolo tutti quelli che amo, e anche tutte le persone che ami tu! – rispose lei, di rimando. 
Il vento si era fatto più violento, selvaggio, e i capelli candidi di Natalia oscillavano furiosamente dietro di lei. 
-Il tuo è un desiderio è egoista, Alessandro. Non te ne rendi conto? – 
La sua voce tremava, ma non osava voltarsi. Lui per un attimo non disse niente. 
Certo che lo sapeva. Sapeva bene che il suo desiderio era egoista, perché Natalia era tanto bella quanto pericolosa, anche se non aveva certo scelto lei di essere così, e odiava la sua natura con tutta sé stessa. 
Ma Alessandro non voleva, non poteva immaginare una vita senza lei, senza quei suoi rari sorrisi misteriosi, quei suoi sguardi spesso sognanti, il suo modo di sorprendersi delle cose come se le vedesse per la prima volta. Non voleva rinunciare alla naturalezza con cui riusciva a parlarle di tutto, ad aprirsi, come mai gli era accaduto con nessuno, mai. 
Il solo pensiero di perderla gli causava un dolore fisico in mezzo al petto, e capì cosa doveva risponderle. 
-Dici che puoi fare del male alle persone che ami e alle persone che io amo, e che il mio desiderio di saperti viva è egoista. Hai ragione. Forse è vero. Sì, sono egoista, ma sei tu colei che amo. Ti amo perché hai portato nella mia vita i sogni, la fantasia, mi hai insegnato il vero coraggio. Tu mi completi. Ti amo, e non mi interessa chi sei o cosa potresti fare. Non voglio lasciarti andare, lo capisci? – 
Natalia finalmente si voltò, fissandolo negli occhi.
-Potrei ucciderti. E non mi servirebbe più di un istante, per farlo. – chiarì, se per caso il concetto non gli fosse chiaro. 
-Lo so, Natalia. Lo so benissimo. – 
-Con me rischi la vita. E l’emarginazione. – 
Sussurrò ancora, senza muoversi. 
Alessandro mosse quattro passi verso di lei. Erano più vicini, adesso. 
-Correrò ogni rischio. Non mi importa degli altri, non mi importa di nessuno, se ho te. Ma ti prego, permettimi di aiutarti, di starti vicino! Troveremo una soluzione, te lo prometto! I guardiani hanno detto che troveranno un modo… - 
Fece un altro passo, sino ad arrivarle così vicino da prenderle le mani per stringerle nelle proprie. 
-… e se davvero scoprissimo che non esiste una soluzione, allora mi butterei con te.
Il sentimento che ci lega ci impedisce di vivere separati. Moriremmo, come fiori privi della luce.– la sua voce si ridusse a un sussurro. 
Gli occhi di Natalia si riempirono di lacrime, mentre Alessandro le stringeva le mani con più forza, per impedirle di fuggire. Lei gli crollò fra le braccia, tremante, e lui lentamente la accolse in un dolcissimo abbraccio, passandole le dita fra i capelli sottili. Si accorse, in quel movimento, che non era solo lei a tremare. Anche lui tremava, tanto era stato terrorizzato all’idea di perderla. 
La mani di lei si strinsero intorno al suo collo, salirono alle guance. 
-Stai piangendo? – gli chiese, con tenerezza.
Lui annuì. Non aveva paura che lei lo vedesse piangere. Al suo fianco, non aveva paura di niente. Finché lei sarebbe stata con lui, avrebbe avuto il coraggio sufficiente per qualsiasi cosa. 
Le loro labbra si cercarono e si trovarono. 
La bocca di uno reclamava quella dell'altro, e c'era in essi una tale fame d'amore che sembravano insaziabili. 
Quell'ansia di stringersi derivava dalla prolungata, intollerabile lontananza. 
E poi i due ragazzi rimasero a morire l'uno nel respiro dell'altro, sorridendosi, senza lasciarsi andare.
Con quella fata di luce fra le braccia, Alessandro si sentiva in capo al mondo. Pensò che quello fosse un istante perfetto. Ma terminò presto, come ogni cosa perfetta. 
Le rocce sotto i loro piedi si fecero improvvisamente friabili, e Natalia si sentì mancare il suolo sotto i piedi. Sgranò gli occhi, stupita e sorpresa. Gridò, e cadde giù. Alessandro non la lasciò e cadde insieme a lei. 
L’impatto con l’acqua fu gelido, l’acqua li separò. Ma lei tendeva la sua candida mano verso di lui, e lui non l’avrebbe lasciata mai andare via. Nuotò contro la forza delle onde e la strinse a sé. Convulsamente avvinghiati, cercarono di restare a galla. Ma una forza strana li attirava verso il basso.
-Che succede, Alessandro? – chiese lei, agitata, percependo quella forza anomala. 
-Non lo so – disse lui. Ed era vero, non lo sapeva. Non sapeva nulla, se non una cosa: che non avrebbe lasciato andare la sua Natalia. 
-Ti amo- le gridò, per superare con la propria voce il fragore assordante dei flutti. 
Quell'amore era tutto ciò di cui era sicuro. Non aveva altre certezze. Ma Natalia non ne aveva bisogno. 
Quella le bastava. Ovunque l'avrebbe condotta quel vortice marino, lei avrebbe lottato con tutte le sue forze e resistito, per lui. 

La mia storia online: Dreamless Boy

Dreamless boy ~ Il ragazzo senza sogni
TRAMA 


Un ragazzo che non ha mai sognato ma riesce a viaggiare nel mondo onirico altrui. Una ragazza che quando chiude gli occhi può concretizzare nel mondo reale le visioni più cupe.
Il loro destino è incontrarsi, il loro scopo annientarsi. Questa è la storia di Alessandro e Natalia: il principe dei sogni e la principessa degli incubi.






Qui sotto aggiungerò periodicamente i link ai nuovi capitoli, man mano che li pubblicherò. Così sarà pratico per voi recuperarli quando preferite. 


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Buona lettura!